a A. M. ovvero Iside, la Novella Musa
a Carol, Simone, Isabel e Valentina, compari di gite e di allegri convivi
O Iside, Novella Musa di graziosa avvenenza, ispirami ancora una volta, posa le tue belle mani sulle mie spalle e sussurrami nelle orecchie liete e piacevoli parole, perché possa tramandare la limpida sensazione di una giornata particolare con un piccolo racconto a te dedicato.
Non è passato molto tempo, giovane Iside, da che ho sentito la tua essenza, mentre mi recavo insieme all’amica Carol in visita presso un’antica dimora sulle colline di Gagliano.
Era una bella domenica di primavera, il sole splendeva, ma un vento freddo e le montagne spruzzate di bianco ricordavano a quella terra che l’inverno agitava ancora la coda, tenendo la natura nella sua morsa. Tuttavia, la nitida luce del mattino trasfigurava i vigneti e la collina su cui sorgeva la villa. Una vivace folla di gitanti domenicali, attratti dalla storia e dall’arte di quelle contrade, si ammassava come un gregge nel piccolo piazzale davanti all’abitazione, mettendo alla prova le qualità di intrattenimento degli organizzatori.
Lentamente, le giovani ragazze che ci facevano da guida prendevano piccoli gruppi di persone per accompagnarli nella tenuta. La nostra era giovane e un po’ spaurita nel raccontare ad adulti seri e impettiti varie vicende legate a quel luogo. I suoi occhi azzurri come di ghiaccio spaziavano da un posto all’altro, mentre ci guidava sul retro della casa e nella piccola cantina, nella quale l’aria sapeva debolmente dell’aroma antico di legno, di vino e di vinaccia.
Dopo la visita alle pertinenze esterne, ci condusse all’interno dell’abitazione, parlandoci di vecchi aneddoti riguardanti le varie famiglie che lì si erano avvicendate e, attraverso un elegante ma sobrio salotto, ci introdusse nella cucina dove troneggiava un rotondo fogolâr con la caratteristica cappa a cipolla, cuore ormai freddo della casa. Non appena arrivai vicino al tavolo, la voce della giovanissima guida si fece evanescente e si trasformò in una musica di sottofondo lieve e piacevole. Le altre persone scomparvero dalla mia vista, quasi rapite da una lieve nube, mentre Carol si spostò lentamente per sedersi al tavolo centrale della stanza.
I suoi capelli improvvisamente si erano incanutiti e il suo viso tradiva un innaturale scorrere in avanti del tempo, segnato da molteplici rughe; i suoi occhi, solitamente molto brillanti, si fecero quasi velati. Lo stesso prodigio capitò a me poichè mi accorsi, guardandole, che le mie mani stavano diventando rugose e nodose e le mie articolazioni si fecevano scricchiolanti, rigide e doloranti.
Vinto da un senso di pesantezza e di scarso controllo del corpo, mi sedetti anch’io poco distante da Carol, ma vicino alla pietra del focolare, il larìn, reso ormai di nuovo vivo da un amichevole, caldo, vivace e benefico fuoco, che scoppiettava, levando allegre lingue verso la scura cappa. Nel breve istante seguente, fecero capolino dalla porta Simone, il compagno di Carol, Isabel e Valentina, rispettivamente sorella e cugina di Carol. Tutti loro avevano un aspetto vecchio e stanco anche se sopravviveva la loro tipica loquacità e allegria. Presero lentamente posto attorno al tavolo, chi aprendo una bottiglia, chi preparando le castagne da mettere sul fuoco, chi sistemando i bicchieri.
Mi alzai e mi avvicinai a loro con passo strascicato e, proprio allora, il mio sguardo incontrò la tua figura apparsa da chissà dove: all’opposto rispetto a me, ti eri accoccolata su una sedia dall’altra parte del larìn e, rannicchiata, con i piedi appoggiati alla pietra del focolare quasi a volerli scaldare al tepore del fuoco, reggevi una tazza fumante tra le mani, mentre il tuo sguardo brillante e altero indugiava distante, oltre la finestra, verso la vallata sottostante ricca di vitigni e illuminata dalla luce rossa del sole morente del tramonto.
I tuoi occhi, carboni di prometeico fuoco primordiale, avvampavano alla sua luce, mentre la valle vi si specchiava: non sapevo se eri tu che col tuo sguardo, incendiavi il paesaggio o se esso penetrava in te, rendendoti presenza rasserenante.
Contrariamente a tutti noi, ti presentavi ancora giovane e mirabilmente incantevole: i tuoi capelli di seta nera d’Oriente cadevano, come una cascata, ancora lunghi e forti sulle spalle fino a coprire il seno, le mani con cui reggevi la tazza erano ancora lisce e vellutate e il tempo non aveva ancora violato il tuo corpo, recandovi rughe sul viso, tingendo i tuoi capelli d’argento o rendendo i tuoi movimenti tardi e lenti. Il fuoco domestico e quello del mondo ti rivestivano di un’aura sfavillante, trasfigurando il tuo contorno.
Mentre noi serenamente parlavamo, tu te ne stavi ancora un po’ ritirata a guardare verso l’esterno, quasi a voler catturare il vento che muoveva le piante della corte. I tuoi occhi scintillanti tradivano ormai il turbine delle tue placide meditazioni. Tuttavia, ben presto, il nostro dialogare da vivace e scherzoso che era, si fece più malinconico, condito con amari sospiri: i pensieri e le preoccupazioni della vita galoppante, unitamente all’età avanzante, ci mettevano a dura prova, avvolgendoci in una nebbia grigia stagnante al di sopra del tavolo, più densa del leggero fumo del focolare, che rendeva difficile guardarsi in viso.
Come quando un rumore improvviso fa sobbalzare chi è immerso nei meandri della propria mente, così anche tu, d’un tratto, ti destasti dalla tua mente e, appoggiata la tazza sul larìn, ti alzasti silenziosamente. Con un incedere elegante, ti unisti a noi e ti sedesti accanto a me. Il tuo aroma, proprio delle rose di maggio, mi riportò con la memoria ai lontani giorni del liceo quando le nostre amiche, sprizzanti spavalderia e spensieratezza, lasciavano al loro passaggio nei corridoi quelle prime velate note di sensualità.
Con tatto e dolcezza, ti inseristi nella nostra conversazione quasi spenta, dicendo: “Ragazzi, dai, che sono questi discorsi? Non siete mica vecchi o sul punto di morte! Guardate qui che bella serata sta cominciando; siete un bel gruppo e guardate là fuori la meraviglia oltre la finestra. Siete circondati di bellezza, seppur permeata delle piccole cose che poco si notano, e pensate solo a fasciare la mente con una tossica caligine, perdendo ciò che potrebbe invece lasciare in ognuno di voi un solco così fecondo e memorabile da ricordare in futuro. Vivete ora, perchè, e questo è vero, il tempo non vuole fare altro che consumarvi!”
Carol, con un sorriso pallido e una voce di malinconia, ti rispose dicendo: “Eh ma Iside, tu sei ancora giovane, bella e spensierata… quello che dici è vero, ma la vita ti mette alla prova ogni giorno con i più svariati problemi o difficoltà e questo abbatte il morale.”
“Ma ti regala anche cose buone, piccole se vogliamo, che noi però non cogliamo perchè troppo impegnati a piangerci addosso. I nostri occhi sono ricolmi di inutili lacrime che offuscano la vista, facendoci perdere il meglio”, sentenziò serio Simone.
“Iside ha ragione: crescendo, abbiamo perso la spensieratezza e la brillantezza dello sguardo nei confronti del mondo” aggiunse Isabel, mentre Valentina proseguiva dicendo: “Le nostre uscite, le cene, i viaggi o il semplice ritrovarsi, come adesso, dovrebbero suggerire di prendere la distanze e non imitare i vecchi che abbiamo sempre bonariamente deriso!”
E qui, con una sua tipica risata fragorosa, cominciò a contagiare di allegria tutti noi, accendendo ancora di più i tuoi occhi e il tuo volto. Senza dir nulla, appoggiasti una mano sul mio braccio e l’altra su quello di Carol, che ti era vicina. Ora, qui avvenne il tuo piccolo miracolo, poichè, così com’era arrivata, ogni ombra di vecchiaia se ne andò da noi: le nostre voci tornarono sonore, spogliandosi di raucedine, le ossa, vibrando, ripresero vigore, mentre rughe e capelli bianchi si dissolsero nell’aria, per restituirci il nostro aspetto rinnovato.
Ci guardammo tutti come per la prima volta e voci e risa di gioia risuonarono nella stanza e si diffusero nella villa e giù, nella valletta di Gagliano.
Così com’erano arrivati, Simone, Isabel e Valentina svanirono nella vibrante luce del fuoco e tu, dopo avermi rivolto uno sguardo intenso e ardente, ti librasti nell’aere divenendo tutt’uno col sole, le colline e il vento di Bora. Io e Carol invece ci ritrovammo di fronte alla ragazza che stava ancora raccontando al gruppo dagli sguardi distratti storie ed eventi di altri tempi.
Un’estasi mi colse mentre assaporavo la visita degli altri spazi della villa e più ancora mentre con Carol ci fermammo al piccolo ristoro, sostando sul piccolo poggiolo che dava sulle vigne, ornate dalle gemme della primavera entrante.
Così, ispirato dalle tue parole, feci tesoro di ogni cosa che vidi in quella mattinata e fu lì che, al cospetto di quel mirabile paesaggio, alzai il calice di paglierino Tocai per augurare a te, Musa Novella, giorni eterni e felici, privi di dolori e ricchi delle floreali corone della perenne giovinezza.