Il Sognatore friulano

Blog di racconti nati da pensieri, sogni ed emozioni.

III Fragmentum Isidi

a A. M., ovvero Iside, la Novella Musa

Nei tuoi occhi, o Magnifica, colgo la profondità del cuore degli abissi dei mari e, al contempo, l’immensità del firmamento, acceso dallo sfavillio della polvere argentea di miliardi di stelle. La Luna decora la tua fronte, come tu fossi la casta Diana, e ti fa risplendere come fiaccola di vittoria nella notte oscura.

II Fragmentum Isidi

a A. M., ovvero Iside, la Novella Musa

Gli occhi tuoi sono come il cuore degli oceani, profondi e custodi di misteri inenarrabili, vivaci come la corrente di un placido ruscello di campagna, vasti come l’immensità dell’universo e magnifico specchio dello sfavillio delle stelle della galassia.

I Invocazione – Con Miranda in una giornata estiva

Alla Vetera Musa

Quanto vorrei, dolce angelo mio terreno, passare del tempo con te, mentre un sole estivo ci accarezza la pelle. Quanto vorrei, dolce angelo mio terreno, condurti per mano in qualche remoto angolo delle nostre edeniche campagne o per boschetti, campi, canneti e barene, giungere sotto la pergola di una rustica e remota frasca, dove, immersi tra i profumi di acque sorgive e fiori di campo, poter contemplare i tuoi occhi color di noce e poter ascoltare l’ammutolire degli uccelli al suono della tua voce… e attendere lì che le stelle ci sorridano, che la brezza del vespero ci ristori e che la luna ci rivesta col suo manto d’argento.

Sul treno della sera, primavera 2019.

I Fragmentum Isidi

a A. M. ovvero Iside, la Novella Musa

I tuoi occhi sono un abisso di luce, parvenza di eterno e di incommensurabile mistero, un enigma capace di fiaccare ogni cuore e ogni spirito di superbia.

Di fronte ad essi, ogni parola diventa insufficiente a descriverne la meraviglia e ogni intelletto, d’improvviso, si depaupera di ogni pensiero al solo tentativo di cantarli.

IV Visione – Miranda, regina del vespero

Alla Vetera Musa

Mia signora, come in sogno, mi sembra di vederti in un pomeriggio d’autunno, nel tuo giardino, mentre leggi e studi avidamente.

E non ti accorgi che dietro di te le piante si arrossano per la tristezza di Cerere e si agitano alla leggera brezza gelida, messaggera d’inverno.

Le foglie di un albero vicino cadono su di te come pioggia d’oro, le ultime rose dell’anno, proprio quelle sull’arco di pietra dietro di te, sorridono alla tua bellezza e i loro petali ti accarezzano, mentre i raggi del sole morente cingono i tuoi bei capelli d’ebano con una corona di fuoco e la luna nascente illumina d’eterno i tuoi occhi…

Ora, però, mia Musa, chiudi il libro e corri in casa, poiché il sole è ormai calato e le tue mani cominciano a essere gelide.

Va’ e scalda le tue membra d’alabastro al fuoco vivace della stufa!

Quarantena – autunno 2020.

La Principessa dei Colli Viniferi

a A. M. ovvero Iside, la Novella Musa

Un giorno di tarda primavera, scendevo in auto da Cividale, lungo la via che conduceva verso Corno di Rosazzo e Cormons.

Man mano che la strada proseguiva, si elevavano progressivamente le dolci colline orientali cariche di viti, mentre la pianura friulana cedeva loro terreno. Poiché il tempo e il lavoro me lo permettevano, decisi di svoltare, alla grande rotonda in costruzione, verso la località di Spessa, lungo il rettilineo che conduce alla chiesa.

Passata la curva a gomito, la strada proseguiva sinuosa costeggiando l’antica Villa Rubini e, oltrepassato un rio, portava verso le alture dominate dalle cantine di quella zona. Arrivato al Bosco Romagno, decisi di lasciare la macchina all’ingresso del parco per poter proseguire a piedi. Mi incamminai lungo il fianco della collina, su una strada utilizzata durante il periodo delle vendemmie e, attraverso filari di viti con rosai a capofila, passai oltre un piccolo ruscello fino a raggiungere la cresta del colle.

Lì, all’ombra di un grande albero, trovai ristoro nelle vicinanze di un’antica e zampillante fonte, presso cui qualcuno in passato aveva posto una grossa pietra come seduta. Era caldo, misi le mani sotto al getto d’acqua fresca, sciacquai il viso, mi dissetai e, infine, mi sedetti. La vista spaziava su un mare di vigneti, ordinati, verdi e messaggeri di un ottimo raccolto. Gli spazi adorni di filari di viti, come merletti ricamati sulle colline, erano intervallati da boschetti selvatici, entro cui, a detta dei viticoltori, trovavano riparo tutti quegli animali e quegli insetti necessari al mantenimento di un delicato ecosistema.

Ogni tanto, qualche casale e qualche antica villa o villaggio, belli a vedersi, emergevano da quel mare di verde. Quel paesaggio mi creava una certa estasi, innalzata dal canto degli uccelli e dal fruscio delle foglie mosse da una leggera brezza; la mente, provata da ore di ambiente chiuso e di schermo del computer, si ossigenava inebriandosi del profumo di rose, di fiori, di terra baciata dal sole e di erba tagliata.

Mentre ero in contemplazione, seduto all’ombra di quel grande albero, mi parve di sentire, a poca distanza da me, un rumore ovattato, come di un leggero sbatter d’ali sul terreno. Quel suono persistente mi incuriosì a tal punto da costringermi ad alzarmi, abbandonando il ricovero di oraziana memoria, per trovarne l’origine. A pochi metri, vidi un bellissimo falco che agitava le ali, pur senza riuscire a staccarsi da terra. La povera bestia sembrava sfinita o, peggio, ferita.

Mi avvicinai cautamente e ammirai il suo nobile piumaggio e la sua livrea. Anche se privo di forze, all’inizio schioccò il becco per farmi allontanare, ma percepite le mie buone intenzioni si lasciò prendere. Lo portai vicino alla fonte e, come a una persona che non si sente bene ingenuamente si porge un sorso d’acqua quasi fosse una medicina universale, così anche io ne presi un po’ con la mano e la avvicinai al rapace. Esso bevve avidamente tanto che più volte dovetti ripetere quel gesto. Osservandomi, stette un attimo sul bordo della vasca di pietra per poi, improvvisamente, spiccare il volo e scomparire all’orizzonte. 

Imitando il falco, anche io ripresi il sentiero proseguendo il mio cammino. Non passò molto tempo che sentii uno scalpiccio di zoccoli provenienti dal bosco. Pensai che fossero degli escursionisti a cavallo provenienti da qualche agriturismo nelle vicinanze, ma, con enorme sorpresa, vidi che si trattava di due cavalieri abbigliati alla maniera medievale, con tanto di cotta di maglia e veste di uno strano colore, decorata da un inusuale stemma. Quest’ultimo era preziosamente ricamato d’argento su uno sfondo color rosso rubino e recava una “I” sovrastante un grappolo d’uva con due cipressi ai lati.

Non appena mi videro, mi fermarono e cortesemente mi invitarono a seguirli. Io, già piuttosto sorpreso da quella situazione, ulteriormente stranito, dissi che forse si erano sbagliati e che molto probabilmente mi avevano confuso con qualcun altro. In realtà nella mia mente pensavo fosse uno scherzo o una rievocazione storica di cui non ero a conoscenza. Uno di loro, sempre in modo affabile e gentile, mi disse: “Signore, voi poco fa eravate seduto presso l’antica fonte di Sant’Anna, vero?”.

Alla mia risposta affermativa, l’altro riprese: “Allora dovete venire con noi. La mia Signora vi sta aspettando. Non avete nulla di cui temere”. Non del tutto tranquillo, ma comprendendo di non avere molta scelta, accettai di seguirli. Salii a cavallo e, con un’andatura tranquilla, prendemmo un sentiero che si snodava verso ovest attraverso vignali, boschi e prati fino a giungere alla strada regionale. Una volta attraversata, risalimmo per stretti viottoli sulle colline fino a un’antica rocca. Arrivammo sul crinale del colle, anch’esso dimora di migliaia di viti, e, poco dopo, ci fermammo presso il varco dell’antico maniero.

Sceso dalla cavalcatura, i due cavalieri mi fecero strada verso il castello, il quale non era molto grande, ma le quattro torri circolari d’angolo gli conferivano un aspetto severo ed elegante. Il viale di accesso era in salita ed era costeggiato da due file di cipressi. Conoscevo quel posto, ci ero andato moltissime volte in occasione di manifestazioni culturali ed enologiche e quindi ancora una volta pensai che quella situazione si trattasse di un gioco a cui stavo prendendo parte inaspettatamente e casualmente. I grandi battenti in legno del portale di accesso si aprirono e alcuni soldati di guardia mi fecero entrare dandomi un cortese benvenuto, quasi sapessero chi fossi. Stando al gioco, salutai ed entrai nella corte.

Tuttavia qualcosa non quadrava: la corte era come me la ricordavo, ma gli edifici erano costruiti in modo leggermente diverso e il grande glicine fiorito decorava sì gli archi di quella che doveva essere la veranda, ma… non c’era nessuna veranda! Essa aveva lasciato il posto a un colonnato sul fondo del quale si stagliava, come in un quadro, la chiesetta di San Bernardo. Alla mia destra, la torre circolare del pozzo, che ricordavo monca, aveva una sua struttura definita e la corte stessa aveva un giardino ordinato all’italiana con rose, fiori, sculture e architetture verdi: tutto era assai diverso da come lo ricordavo. Numerosi drappi con il curioso stemma rosso rubino garrivano al vento.

Cominciai a pensare di essere caduto in un sogno presso la fonte, ma tutto sembrava vivido e reale. Un dignitario con una preziosa veste lunga decorata con croci e simboli nobiliari e un ampio copricapo mi salutò dicendomi che la Principessa mi avrebbe ricevuto presto. “Seguitemi, intanto, nella sala del trono”, concluse. Smarrito, ma deciso a non lasciar trasparire le mie emozioni, seguii il nobile negli atri e nelle sale di cui non ricordavo minimamente l’esistenza.

Dopo un percorso labirintico, mi ritrovai in un’ampia sala con un trono di legno riccamente intagliato e intarsiato con metalli preziosi quali oro e argento. Dietro di esso, una vetrata decorata e dai vetri di varie tonalità del giallo, faceva intendere di affacciarsi verso le colline orientali del Friuli. Il resto della sala era finemente affrescato con soggetti che ricordavano il lavoro legato alla vite e al vino. Una sorta di coro ligneo, suddiviso in numerosi sedili, si sviluppava lungo le pareti dell’aula. I dignitari e i consiglieri presenti mi salutarono con brevi cenni e inchini e poco dopo fui fatto accomodare su un elegante scranno di fronte al trono. 

Una campanella suonò e due battenti si aprirono per lasciar entrare un ometto basso e tarchiato che in tono solenne disse: “La Principessa dei Colli Viniferi!” Calò il silenzio, rotto solo dagli scricchiolii dei sedili da cui si erano alzati tutti i presenti. Anche io seguii l’esempio per rispetto, ma anche molto curioso di vedere questa “sovrana” e per capire chi mi stesse chiamando o facendo un pessimo scherzo.

Una giovane donna entrò solennemente e per un istante si fermò davanti al trono, salutando con lo sguardo tutti i presenti. Impallidii al cospetto della sua bellezza: i suoi capelli erano lunghi, mori e mossi, cadenti sulle spalle fino all’altezza del ventre, i suoi occhi erano due profondi pozzi di luce, castani scuri ma brillanti allo stesso tempo, grandi e dalla forma di mandorla. Le sue labbra erano disegnate alla perfezione e di un colore simile al vino, mentre la sua pelle aveva il colore della miglior terra. Il suo viso era esile ed elegante, come la sua figura.

Un ricco abito rosso rubino, con un lieve strascico, la vestiva; ai piedi portava scarpette di velluto alla friulana, ma con la punta simile a quelle indossate dalle dame del Medioevo. Le sue mani erano regalmente giunte al di sotto del seno e i suoi avambracci, scoperti dalle ampie maniche del vestito, erano decorati con bracciali di varia foggia, mentre un grosso anello con un rubino cingeva il suo anulare destro. Una collana con pietre brillanti vestiva il suo collo per caderle sul petto, esaltando il colore della pelle e dell’abito. I suoi orecchini erano due pendenti d’argento decorati con pietre rosse, mentre una corona di platino con rami di vite, di quercia e d’alloro,  le cingeva il capo e due grappoli di granati le decoravano le tempie.

Regalmente si assise sul trono e noi tutti, dopo di lei, seguimmo il suo gesto. Sorridendo, mi guardò e fissò i suoi occhi profondi su di me. Pensai di smarrirmi nel suo sguardo, talmente era bello e di meravigliosa espressività. Con voce ferma e bassa, mi omaggiò, dicendo: “Siate voi il benvenuto alla mia corte. Qual è il vostro nome, di grazia?”. Ancora sconvolto dalla sua vista, esitai un istante e risposi: “Melibeo, mia Signora”. “Che nome particolare, ma se non erro richiama un po’ quello che il mio regno rappresenta”. Replicai: “Scusate l’ardire, Signora, ma voi chi siete e perché avete voluto vedermi?”. Lei sorrise e cortesemente disse: “Io mi chiamo Iside, Principessa dei Colli viniferi e Signora delle viti e del vino, sangue della terra. Voi siete qui, nobile Melibeo, perché avete reso un enorme servigio al mio regno e al mio messaggero più caro e fidato”.

Appena si spense l’eco delle sue parole, dal fondo della sala entrò il falco che avevo soccorso nei pressi della fonte e si fermò ai piedi della gran dama. “Avete salvato il mio amico e questa bontà di cuore non può rimanere senza un compenso. Inoltre, so che voi amate molto questi luoghi, considerando un’arte la lavorazione della vite e del vino, che spesso assaporate in compagnia dei vostri amici. Questi paesaggi significano molto per voi e so che affermate che questi colli, dovrebbero rimanere incontaminati e salvi dall’avidità di chi vorrebbe distruggere o alterare tutto questo. Perciò il mio dono vuole rendervi parte per sempre del mio regno e spronarvi a mantenerlo tale.”

Un paggio, si avvicinò ad essa, recando, su un cuscino di velluto, una spada. Lei la impugnò e di piatto la pose, su me inginocchiato, per tre volte, in modo alterno, sulle spalle, dicendo: “In nome di Dio, di San Michele e di San Giorgio, io vi nomino Cavalier delle Vigne”. Un lungo applauso sottolineò la benedizione e io fui ricompensato ulteriormente dal suo sorriso. “Cavaliere – disse – abbiamo organizzato un banchetto in vostro onore”.

Dopo i convenevoli degli altri dignitari, venni accompagnato in un’altra sala dove ebbe luogo un lauto banchetto, durante cui si servirono molti vini della zona, accompagnati da piatti della tradizione locale. La Principessa era amabile con tutti e per ognuno aveva una parola dolce, gentile e, talvolta, di spirito, sicchè tutti godevano della sua compagnia. Spesso i nostri sguardi si incrociarono, tanto che presto dimenticai persino i particolari del banchetto e della sala in cui era ospitato.

Non passò molto tempo prima che la Principessa si assentasse per ritirarsi presso i suoi appartamenti e poco dopo un paggio mi si avvicinò dicendomi che la sovrana aveva voglia di incontrarmi in privato. Lo seguii fino a un giardino terrazzato che dava verso sud, presso una delle antiche torri rotonde. Quel piccolo Eden faceva parte della parte privata riservata alla Principessa.

Era un giardino romantico, ben distante per forma e disposizione da quello che avevo visto all’entrata. Esso era contenuto da un muraglione e, al centro, zampillava una piccola fontana, mentre lungo i camminamenti si trovavano delle sedute. Rose di tutti i tipi signoreggiavano in quel luogo silenzioso adatto alla meditazione e alla contemplazione del paesaggio circostante. Le bordure dei sentieri erano di fresca erba verde e, al di sotto dei cespugli di rosa, vi erano una moltitudine di fiori colorati più o meno selvatici; qualche albero di piccolo fusto dava movimento al giardino insieme a qualche antica architettura, fosse un arco o un insieme di colonne.

La Principessa Iside, assorta nella lettura di un libriccino, mi aspettava seduta su una panca di pietra, al di sotto di un arco di rose rampicanti nei pressi del muraglione che dava verso la valletta sottostante, oltre la piccola fontana. Appena mi vide mi fece cenno di andare verso di lei. I profumi e l’aria primaverile erano indescrivibili, poiché solo la reale presenza in quel luogo può rendere l’idea della meraviglia. Quando arrivai al di sotto dell’arco, feci un breve inchino con il capo e mi accomodai di fronte a lei. La luce del sole la illuminava e ciò che avevo visto nella sala del trono era solo una pallida idea della sua bellezza e regalità. Non aveva più la corona, ma solo un piccolo diadema e ciò la rendeva meno imponente.

Con volto sereno, cominciò a parlarmi dicendomi: “Cavaliere, oggi vi ho visto un po’ smarrito e posso capire la situazione. Lasciate che vi racconti la storia mia e dei miei possedimenti. Il mio reame si estende su tutte le colline che cominciano sopra Nimis e terminano sopra la città di Gorizia; tutto il Collio, per intenderci. Sono tenimenti molto antichi che la mia famiglia, di generazione in generazione, ha mantenuto e difeso, attraverso ogni dominio degli uomini. Cominciò prima dell’arrivo dei Romani che, in seguito, perfezionarono l’arte della coltivazione della vite; ciò continuò per tutto il Medioevo sotto il dominio dei Patriarchi, dei quali eravamo vassalli. Il titolo di Principe deriva dal fatto che i Patriarchi stessi tenevano in alta considerazione quest’arte e infatti di noi avevano bisogno quando dovevano fare importanti doni ai monarchi stranieri loro alleati.

Più avanti si andò col tempo, più quest’arte si impoverì rimanendo solo nella memoria delle generazioni di onesti viticoltori, che molto spesso si opposero all’ingresso di nuove specie di viti a scapito di quelle nostre tradizionali. Il mio regno non è visibile a tutti perché non tutti sono in grado di comprendere l’importanza di quest’arte e di apprezzare la bellezza di questi luoghi. Molti ormai hanno il cuore corrotto dal denaro e dal profitto e cominciano ad accampare diritti su queste terre, sperando di ingrossare il proprio patrimonio a scapito dell’autenticità dei prodotti della terra.

Tutti i nostri viticoltori e cantinieri della zona, invece, conoscono la mia esistenza e da generazioni hanno giurato fedeltà al mio casato, continuando con fatica a coltivare le viti e a produrre vini sempre migliori. Inoltre, la mia esistenza, quella del mio regno e della mia corte è nota solo a pochi altri che apprezzano e ammirano questo piccolo mondo. Il fatto che voi oggi abbiate soccorso il mio falco mi ha convinto che eravate meritevole di avere un rango nel mio regno. Era da un po’ di tempo che osservavo crescere il vostro amore per questo paesaggio. Ecco il motivo del mio dono, del banchetto e di questa conversazione.

Ora, se volete, siete libero di tenermi compagnia o di partire. Ma ricordate che ora avete un dovere ufficiale: quello di proteggere questo regno e quello di far conoscere ai vostri amici e ai vostri conoscenti il piccolo miracolo che avviene ogni anno in queste zone: la terra, attraverso le viti, dona il proprio sangue all’uomo che ne sa apprezzare i profumi, i sapori e tutte le storie, antiche e moderne, che ancora oggi vi prendono parte.” 

Parlammo a lungo e il tempo sembrò fermarsi mentre contemplavo la nobiltà e la raffinatezza del parlare e dei modi. 

Conclusa la giornata e il tempo passato con lei, mi alzai dal quel luogo ameno impreziosito dalla sua bellezza, mi inchinai e uscii dal suo giardino. “Potrete venire a trovarmi ogni volta che vorrete, Cavalier delle Vigne, e io sarò qui ad attendervi”, disse la Principessa come congedo definitivo. 

Un dignitario mi mostrò il varco di uscita e, accompagnato dai cavalieri, mi ritrovai dove avevo parcheggiato la macchina. I pensieri mi accompagnarono per tutto il viaggio fino a casa, tanto che mi parve estremamente breve.

Alla sera, ripensando alla giornata che aveva avuto quel risvolto piuttosto bizzarro, mi addormentai felice per il dono che mi era stato concesso, in estasi per la vista della Principessa e onorato per il compito assegnatomi.

Una Domenica delle Palme

a A. M. ovvero Iside, la Novella Musa

a Carol, Simone, Isabel e Valentina, compari di gite e di allegri convivi

O Iside, Novella Musa di graziosa avvenenza, ispirami ancora una volta, posa le tue belle mani sulle mie spalle e sussurrami nelle orecchie liete e piacevoli parole, perché possa tramandare la limpida sensazione di una giornata particolare con un piccolo racconto a te dedicato.

Non è passato molto tempo, giovane Iside, da che ho sentito la tua essenza, mentre mi recavo insieme all’amica Carol in visita presso un’antica dimora sulle colline di Gagliano.

Era una bella domenica di primavera, il sole splendeva, ma un vento freddo e le montagne spruzzate di bianco ricordavano a quella terra che l’inverno agitava ancora la coda, tenendo la natura nella sua morsa. Tuttavia, la nitida luce del mattino trasfigurava i vigneti e la collina su cui sorgeva la villa. Una vivace folla di gitanti domenicali, attratti dalla storia e dall’arte di quelle contrade, si ammassava come un gregge nel piccolo piazzale davanti all’abitazione, mettendo alla prova le qualità di intrattenimento degli organizzatori.

Lentamente, le giovani ragazze che ci facevano da guida prendevano piccoli gruppi di persone per accompagnarli nella tenuta. La nostra era giovane e un po’ spaurita nel raccontare ad adulti seri e impettiti varie vicende legate a quel luogo. I suoi occhi azzurri come di ghiaccio spaziavano da un posto all’altro, mentre ci guidava sul retro della casa e nella piccola cantina, nella quale l’aria sapeva debolmente dell’aroma antico di legno, di vino e di vinaccia.

Dopo la visita alle pertinenze esterne, ci condusse all’interno dell’abitazione, parlandoci di vecchi aneddoti riguardanti le varie famiglie che lì si erano avvicendate e, attraverso un elegante ma sobrio salotto, ci introdusse nella cucina dove troneggiava un rotondo fogolâr con la caratteristica cappa a cipolla, cuore ormai freddo della casa. Non appena arrivai vicino al tavolo, la voce della giovanissima guida si fece evanescente e si trasformò in una musica di sottofondo lieve e piacevole. Le altre persone scomparvero dalla mia vista, quasi rapite da una lieve nube, mentre Carol si spostò lentamente per sedersi al tavolo centrale della stanza.

I suoi capelli improvvisamente si erano incanutiti e il suo viso tradiva un innaturale scorrere in avanti del tempo, segnato da molteplici rughe; i suoi occhi, solitamente molto brillanti, si fecero quasi velati. Lo stesso prodigio capitò a me poichè mi accorsi, guardandole, che le mie mani stavano diventando rugose e nodose e le mie articolazioni si fecevano scricchiolanti, rigide e doloranti.

Vinto da un senso di pesantezza e di scarso controllo del corpo, mi sedetti anch’io poco distante da Carol, ma vicino alla pietra del focolare, il larìn, reso ormai di nuovo vivo da un amichevole, caldo, vivace e benefico fuoco, che scoppiettava, levando allegre lingue verso la scura cappa. Nel breve istante seguente, fecero capolino dalla porta Simone, il compagno di Carol, Isabel e Valentina, rispettivamente sorella e cugina di Carol. Tutti loro avevano un aspetto vecchio e stanco anche se sopravviveva la loro tipica loquacità e allegria. Presero lentamente posto attorno al tavolo, chi aprendo una bottiglia, chi preparando le castagne da mettere sul fuoco, chi sistemando i bicchieri.

Mi alzai e mi avvicinai a loro con passo strascicato e, proprio allora, il mio sguardo incontrò la tua figura apparsa da chissà dove: all’opposto rispetto a me, ti eri accoccolata su una sedia dall’altra parte del larìn e, rannicchiata, con i piedi appoggiati alla pietra del focolare quasi a volerli scaldare al tepore del fuoco, reggevi una tazza fumante tra le mani, mentre il tuo sguardo brillante e altero indugiava distante, oltre la finestra, verso la vallata sottostante ricca di vitigni e illuminata dalla luce rossa del sole morente del tramonto.

I tuoi occhi, carboni di prometeico fuoco primordiale, avvampavano alla sua luce, mentre la valle vi si specchiava: non sapevo se eri tu che col tuo sguardo, incendiavi il paesaggio o se esso penetrava in te, rendendoti presenza rasserenante.

Contrariamente a tutti noi, ti presentavi ancora giovane e mirabilmente incantevole: i tuoi capelli di seta nera d’Oriente cadevano, come una cascata, ancora lunghi e forti sulle spalle fino a coprire il seno, le mani con cui reggevi la tazza erano ancora lisce e vellutate e il tempo non aveva ancora violato il tuo corpo, recandovi rughe sul viso, tingendo i tuoi capelli d’argento o rendendo i tuoi movimenti tardi e lenti. Il fuoco domestico e quello del mondo ti rivestivano di un’aura sfavillante, trasfigurando il tuo contorno. 

Mentre noi serenamente parlavamo, tu te ne stavi ancora un po’ ritirata a guardare verso l’esterno, quasi a voler catturare il vento che muoveva le piante della corte. I tuoi occhi scintillanti tradivano ormai il turbine delle tue placide meditazioni. Tuttavia, ben presto, il nostro dialogare da vivace e scherzoso che era, si fece più malinconico, condito con amari sospiri: i pensieri e le preoccupazioni della vita galoppante, unitamente all’età avanzante, ci mettevano a dura prova, avvolgendoci in una nebbia grigia stagnante al di sopra del tavolo, più densa del leggero fumo del focolare, che rendeva difficile guardarsi in viso. 

Come quando un rumore improvviso fa sobbalzare chi è immerso nei meandri della propria mente, così anche tu, d’un tratto, ti destasti dalla tua mente e, appoggiata la tazza sul larìn, ti alzasti silenziosamente. Con un incedere elegante, ti unisti a noi e ti sedesti accanto a me. Il tuo aroma, proprio delle rose di maggio, mi riportò con la memoria ai lontani giorni del liceo quando le nostre amiche, sprizzanti spavalderia e spensieratezza, lasciavano al loro passaggio nei corridoi quelle prime velate note di sensualità.

Con tatto e dolcezza, ti inseristi nella nostra conversazione quasi spenta, dicendo: “Ragazzi, dai, che sono questi discorsi? Non siete mica vecchi o sul punto di morte! Guardate qui che bella serata sta cominciando; siete un bel gruppo e guardate là fuori la meraviglia oltre la finestra. Siete circondati di bellezza, seppur permeata delle piccole cose che poco si notano, e pensate solo a fasciare la mente con una tossica caligine, perdendo ciò che potrebbe invece lasciare in ognuno di voi un solco così fecondo e memorabile da ricordare in futuro. Vivete ora, perchè, e questo è vero, il tempo non vuole fare altro che consumarvi!”

Carol, con un sorriso pallido e una voce di malinconia, ti rispose dicendo: “Eh ma Iside, tu sei ancora giovane, bella e spensierata… quello che dici è vero, ma la vita ti mette alla prova ogni giorno con i più svariati problemi o difficoltà e questo abbatte il morale.”

“Ma ti regala anche cose buone, piccole se vogliamo, che noi però non cogliamo perchè troppo impegnati a piangerci addosso. I nostri occhi sono ricolmi di inutili lacrime che offuscano la vista, facendoci perdere il meglio”, sentenziò serio Simone.

“Iside ha ragione: crescendo, abbiamo perso la spensieratezza e la brillantezza dello sguardo nei confronti del mondo” aggiunse Isabel, mentre Valentina proseguiva dicendo: “Le nostre uscite, le cene, i viaggi o il semplice ritrovarsi, come adesso, dovrebbero suggerire di prendere la distanze e non imitare i vecchi che abbiamo sempre bonariamente deriso!” 

E qui, con una sua tipica risata fragorosa, cominciò a contagiare di allegria tutti noi, accendendo ancora di più i tuoi occhi e il tuo volto. Senza dir nulla, appoggiasti una mano sul mio braccio e l’altra su quello di Carol, che ti era vicina. Ora, qui avvenne il tuo piccolo miracolo, poichè, così com’era arrivata, ogni ombra di vecchiaia se ne andò da noi: le nostre voci tornarono sonore, spogliandosi di raucedine, le ossa, vibrando, ripresero vigore, mentre rughe e capelli bianchi si dissolsero nell’aria, per restituirci il nostro aspetto rinnovato. 

Ci guardammo tutti come per la prima volta e voci e risa di gioia risuonarono nella stanza e si diffusero nella villa e giù, nella valletta di Gagliano.

Così com’erano arrivati, Simone, Isabel e Valentina svanirono nella vibrante luce del fuoco e tu, dopo avermi rivolto uno sguardo intenso e ardente, ti librasti nell’aere divenendo tutt’uno col sole, le colline e il vento di Bora. Io e Carol invece ci ritrovammo di fronte alla ragazza che stava ancora raccontando al gruppo dagli sguardi distratti storie ed eventi di altri tempi. 

Un’estasi mi colse mentre assaporavo la visita degli altri spazi della villa e più ancora mentre con Carol ci fermammo al piccolo ristoro, sostando sul piccolo poggiolo che dava sulle vigne, ornate dalle gemme della primavera entrante. 

Così, ispirato dalle tue parole, feci tesoro di ogni cosa che vidi in quella mattinata e fu lì che, al cospetto di quel mirabile paesaggio, alzai il calice di paglierino Tocai per augurare a te, Musa Novella, giorni eterni e felici, privi di dolori e ricchi delle floreali corone della perenne giovinezza.

III Visione – La morte di Miranda e la disperazione del Cosmo

Alla Vetera Musa

In una notte romana di fine novembre, stranamente uggiosa, fredda e umida, avevo il sonno molto tormentato; nessuna posizione poteva assicurarmi il riposo voluto e mille pensieri turbinavano nella mia mente.

Nel cuore della notte, sentii che l’umidità si era tramutata in pioggia. Poco a poco il rumore cadenzato delle gocce mi calmò e mi fece addormentare molto tardi.

Non sognai subito, ma quando lo feci mi ritrovai in un luogo familiare: il cimitero del paese.

Era una tipica giornata tardo autunnale, come quelle che sono solite vedersi in Friuli: nebbia alta, cielo color grigio e freddo pungente che penetra nelle ossa. Quel tipo di freddo che fa agognare la presenza del calore della stufa insieme alla presenza di un amico che possa mitigare la malinconia, con qualche chiacchiera e un bicchiere di buon vino.

Mi guardai attorno e non vidi anima viva, nonostante fosse pieno giorno. Mi accolse una distesa di lapidi e di tombe, tutte ricche di fiori. Pensai che fosse il periodo dei Santi e dei Morti, in cui si va al cimitero a rinnovare il ricordo dei parenti trapassati in occasione della Commemorazione dei defunti. Tuttavia, non ero tranquillo, qualcosa mi pesava sullo stomaco e i pensieri erano cupi. 

D’un tratto mi voltai verso la cancellata d’ingresso e, sotto severi cipressi, vidi un mausoleo, di chiara fattura contemporanea. Il grigio del cemento armato si confondeva con il muro di recinzione e i suoi contorni sfumavano nella foschia. Come attirato da quell’orrida tomba, mi mossi in quella direzione. Più mi avvicinavo, però, e più l’aria si faceva rarefatta, il respiro diventava sempre più corto e affannoso, mentre i passi divenivano via via più pesanti. Sulle spalle sentivo il peso di un macigno che mi spingeva sempre più al terreno. Quando arrivai, sfinito, al muro del mausoleo, caddi in ginocchio e dai miei occhi cominciarono a sgorgare grosse lacrime.

Sul momento non capii questo dolore e questa spossatezza, anche perché sulla cappella vedevo delle foto di persone chiaramente appartenenti ad un’altra epoca e i loro nomi non mi dicevano nulla. Eppure, più cercavo di convincermi che la mia reazione fosse senza senso, più mi pareva di sentire una voce, quasi un pensiero, che ripeteva singhiozzando: “Poveri genitori, poveri genitori! Perdere una figlia così giovane, così bella e nel fiore degli anni! Che dolore! Che disgrazia! Chi potrà portare loro conforto e consolazione?”

Continuavo a non capire e mi guardavo intorno per cercare l’origine di quel lamento, ma non c’era nessuno. Ad un tratto, lo sguardo mi cadde in basso e vidi che attorno al mausoleo c’era uno stretto marciapiede in porfido con una grata che sembrava molto più vecchia dell’edificio: era in ghisa, lavorata con motivi floreali e vegetali, qualcosa della fine del XIX secolo o dei primi del XX. Attirato da quell’opera d’arte, mi chinai a guardarla e fu lì che fui investito da un senso di vertigine, smarrimento e dolore.

Si vedeva che la grata era stata mossa da poco tempo e sotto di essa si nascondeva un ambiente ipogeo, parte della cappella che stavo indagando da qualche minuto. Questo angusto vano era pieno di fiori freschi e di lettere, come se vi avesse preso parte un funerale. C’erano ghirlande di gigli, vasi di crisantemi e rose e tanti biglietti e buste.

Vicino a me, sopra la grata, notai tante candele accese, cosa che prima non avevo visto. Sul muro delle fondamenta c’era una lapide di marmo bianco con una croce di bronzo e un piccolo lume. Sul momento non riuscii a leggere il nome, poiché sotto la grata c’era penombra e la luce naturale non riusciva a penetrare l’oscurità.  Poco a poco, però, un pallido e freddo raggio di sole si fece a stento strada tra l’alta foschia, quasi a volermi indicare lo stato delle cose, e colpì il nome immortalato da capitali latine di bronzo. 

Quando lessi ciò che vi era scritto, una gelida lama mi trafisse, poiché, Diva, il nome che vedevo era il tuo.

Tutto rallentò, ogni cosa, a parte il vento, tacque d’improvviso e io mi ritrovai come sospeso fuori dallo spazio e dal tempo. Non c’erano parole, solo lacrime copiose mi sgorgavano dagli occhi.

Con un filo di voce invocai il Cielo e pregai te, o Dama, di venire a prendermi, perché senza di te il mondo sarebbe stato per sempre pervaso di gelo e oscurità.

Mi accasciai a terra con lo sguardo rivolto verso le nubi, mentre le uniche sensazioni erano il caldo delle lacrime sulle tempie, il sibilo tetro del vento che scuoteva le cime dei cipressi e il gracchiare delle cornacchie.

Guardavo verso le profondità del cielo, sperando di scorgere la tua anima luminosa ormai beata, ma la vista si oscurò mentre scivolavo in nebbie ignote. 

Mi risvegliai di colpo e mi ritrovai sul mio letto col cuore agitato e in affanno per il terrore.  Era l’alba e aveva smesso di piovere, ma si prospettava ancora una giornata grigia. L’unica consolazione era che nel mio cuore, mia Musa, ti sapevo viva e forte.

Autunno 2017.

Ezio o l’Arcadia friulana

a Ezio Stampetta

O Novella Musa, da me adorata e cantata, dai lunghi capelli di seta nera, dagli occhi di goccia adamantina e dalle membra ambrate, con la tua luce di spensieratezza e di giovinezza, spezza i lacci della morte e dissolvi la caligine della mente, infondendomi buone parole e alti propositi, perché sia degno di esaltare te, l’Arcadia friulana e la nascosta bellezza del mondo.

Era estate, Ezio, la scuola era finita, gli esami del Conservatorio lasciavano libero freno alle vacanze e il caldo sole estivo faceva evaporare l’ansia e le fatiche dell’anno scolastico, quando nell’assolata mattina, sonante del garrire delle rondini, cavalcavo il mio scooter, compare di molte peregrinazioni friulane. Fuori dal cancello di casa, il rombo di accensione significava l’inizio di un nuovo viaggio e di un nuovo pellegrinaggio, anche se di soli otto chilometri. Eppure, dal mio paesino, quasi avviluppato dai tentacoli della città, al tuo villaggio campestre, sembrava di andare molto più lontano da casa, quasi in altre contrade.

Rilassato, partivo da casa, da Beivars, e lungo la dritta Bariglaria raggiungevo velocemente la vicina Godia. Oltre questo borgo rustico, la verde campagna si adagiava tra il fresco tracciato della Roggia di Palma e l’arido serpente bianco del Torre dalle sponde silvestri. Mi lasciavo alle spalle le estreme propaggini di Udine e attraversavo il ponte sul torrente, al cospetto della nobile muraglia delle Alpi, per entrare a Salt. Qualche cavalletta e qualche insetto mi sbatteva sul casco ricordandomi la ricchezza di vita nei pressi del bianco Torre. Dal paese, infilavo la strada diretta alle dolci colline orientali, madri generose dei nostri vini sinceri. Ormai i campi la facevano da signori e le opere dell’uomo diventavano sempre più rade. Godevo di questo verde e dei piccoli boschetti che intervallavano gli appezzamenti di mais e, in un batter d’occhio, mi ritrovavo a costeggiare la cinta di un’antica e splendida villa.

Ecco: proprio dietro alla sua cappella, dopo aver attraversato la vivarosa Roggia Cividina, quasi fosse il fossato di un antico castello, entravo in quello che immaginavo essere il Regno campestre di Siacco, il tuo paese, il tuo arcadico ricovero. I gelsi a bordo strada mi ricordavano le sentinelle e mi invitavano a moderare la velocità, poiché la strada si faceva stretta e sinuosa, costeggiando antiche, rustiche dimore, alcune diroccate altre abitate, costruite di sassi, depositarie di chissà quali incredibili storie e vicende.

Dopo l’ennesima curva, tra campi e frutteti di kiwi, il campanile della chiesina di San Vitale, annunciava la meta. Qualche centinaio di metri ancora ed ecco che mi trovavo di fronte al cancello della tua casa, immersa, tra altre, nella quiete dei campi. L’aria odorava debolmente di stallatico e i sommessi versi dei pavoni di Carûl, delle galline e dei galli ruspanti dei cortili vicini, si elevavano nell’aria come un lontano canto corale.

Le finestre della tua casa erano aperte e i panni stesi dalla zia, cara Pierina, danzavano languidi alla brezza estiva. Lilo, il tuo simpatico piccolo Cerbero, abbaiando, annunciava il mio arrivo ed eccoti, gigante buono, emergere in lontananza dal tuo rigoglioso orto per venire a vedere chi rompeva quella pace campestre. Quando mi vedevi, il tuo vocione risuonava caloroso in mezzo a quelle antiche case di sasso e, felice di avere una visita, mi aprivi il cancello da cui entravo, accompagnato dal tuo piccolo fedele alfiere che ormai aveva smesso di abbaiare.

Dalla cucina e dal fogolâr, emanavano i profumi di un rustico pranzo estivo e dalla finestra, a sentire i tuoi convenevoli, faceva capolino il viso della zia che, contenta anch’essa, usciva di casa ad accogliermi e ad abbracciarmi. Tu, molto fieramente, come bardo friulano di un tempo, mi stringevi la mano, e, dopo esserti sciacquato alla fonte, mi invitavi a entrare, al fresco. Ci sedevamo tutti e tre a tavola chiedendoci a vicenda come stavamo e come stavano i nostri rispettivi parenti.

Quasi intimando, chiedevi alla zia di prendere il bottiglione del vino, il tuo buon vino casereccio, perché si doveva bere alla nostra salute e di quelli che più non c’erano. Com’era sincero quel vino! Conteneva insieme tutti i profumi della nostra terra: sentori delle ghiaie della Malina, riflessi di sole, tutto amalgamato dalla lenta calma delle cose di una volta, quelle per cui c’era bisogno di tempo e la fretta non era contemplata, anzi, messa alla porta, come ospite sgradito. 

Finito il “taglio”, mi portavi a vedere la tua piccola stalla dove trovavano ricovero i maiali, le galline e i pulcini, per cui avevi preparato un luogo appartato, perennemente rischiarato da un lumicino e, oltre, all’aperto, verso la vastità dei campi, mostravi con orgoglio il placido laghetto che avevi creato per le anatre; rigorosamente accompagnati da Lilo, uscivamo dal lato della stalla che dava su un edenico orto, bello, verde, rigoglioso e colmo di molti frutti: pomodori rossi tondi e lunghi, peperoni gialli e verdi, l’evanescente finocchio, i rampicanti cetrioli e le violacee melanzane facevano capolino dalle verdi foglie delle piante.

Contornavano l’orto file di belle patate e, sulla struttura della stalla, si arrampicava la pianta di zucca che già mostrava i suoi enormi frutti arancioni. Ci tenevi sempre a ricordare che l’orto, gli animali e quella pace, sublimata dalla presenza della zia, erano tutto ciò di cui avevi bisogno, il resto sarebbe stato un inutile esubero. Quelle felici occupazioni le portavi avanti fin dalle cinque del mattino, estate o inverno che fosse. 

Il sole era alto ormai, quasi al culmine della volta celeste, quando salutavo te, la zia e, immancabilmente, con la sua dose di carezze, Lilo. Nuovamente accendevo lo scooter e quasi provavo vergogna a rompere quella pace. Mentre uscivo dal cancello, passando per l’angusto viottolo, dallo specchietto, ti vedevo mentre alzavi un braccio in un gesto di saluto. 

Riposi ora all’ombra di un rustico muro di sassi nei pressi della chiesina di San Vitale, segnacolo di Siacco, in mezzo alla pace dei campi, i quali, come un placido mare di terra, custodiscono per sempre la memoria della gente che, come te, li amò e li coltivò, ispirando oggi, in chi rimane, il ricordo di care storie.

II Visione – Miranda, angelo terrestre, rivestito d’aura celeste

Alla Vetera Musa

In un bel giorno di tarda primavera, mentre i paesaggi tra il Veneto e il Friuli mi sfrecciavano davanti agli occhi e mentre contemplavo la natura nel pieno della sua freschezza e del suo rigoglio, mi addormentai cullato dal rollio del treno. Mano a mano che le voci e i rumori evaporavano fuori dallo spazio e dal tempo, mi ritrovai all’interno di una chiesa.

Non era un edificio grande, quanto piuttosto la tipica chiesetta di un piccolo e assonnato paese di campagna. Era antica e luminosa, forse di un tardo Seicento, con le pareti bianche di calce, lesene ioniche pronunciate e con un cleristorio di ampie finestre arcuate. Gli altari erano riccamente decorati, arricchiti con tanti fiori bianchi, rose e gigli, che spandevano un profumo inebriante.

Non c’era nessuno e tutto ciò che si sentiva erano gli scricchiolii dei banchi e quelli, lontani, che venivano dall’esterno. Questi piccoli e discreti rumori scalfivano a malapena il grande e sacro silenzio di quel luogo, perfetto per meditare e pregare.

Mentre ero immerso nei pensieri e nelle preghiere, nell’attimo in cui, appena distratto, il mio sguardo indugiava sull’antico organo in cantoria e sul luminoso rosone sovrastante, sentii alle mie spalle un delicato fruscio.

Mi girai verso l’altar maggiore e lì ti vidi, graziosa Dama, avanzare lentamente verso di me.

Non esiste parola per descrivere il fremito profondo che mi scosse e che mi tolse ogni capacità di parola, tagliandomi la lingua.

Il tuo austero splendore accendeva ogni cosa ti stesse intorno. Le candele degli altari, quasi ingelosite dalla tua luce, nel tentativo di imitarti si impegnarono nel loro brillare e le pareti della chiesa divennero più candide, imitando il tuo vestito.

Così ti mostrasti a me: avevi indosso un bianco abito e un nastro blu cingeva la tua vita per scendere lungo il fianco destro. Esso contrastava con il colore bronzeo della tua pelle. La veste, decorata con merletti, lasciava scoperte le tue braccia e le tue gambe fino al ginocchio; i tuoi piedi leggeri erano cinti da evanescenti sandali, i tuoi polsi erano decorati con bracciali sapientemente lavorati da qualche divino artigiano, così come le tue mani erano inanellate d’argento.

Il tuo collo, così bello, snello e lungo, era cinto da un nastro blu con un piccolo ciondolo siderale. Dai lati della tua fronte partivano due esili ciocche di capelli che, legandosi dietro il capo, formavano un’unica coda, ricadente sugli altri capelli liberi sulle spalle.

Il tuo volto era radioso, con un sorriso in grado di debilitare qualsiasi anima sensibile al bello e al divino; i tuoi occhi, grandi e solenni, mi guardavano, trafiggendo l’anima e fiaccando lo spirito.

Poiché avevi capito che non sarei stato in grado di dirti nulla, mi salutasti con una voce simile al registro di un organo celeste.

Agile, scendesti i gradini del presbiterio, mi prendesti delicatamente la mano e mi conducesti lentamente verso il portale chiuso della chiesa. Non volevo uscire da lì, poiché mi sentivo in pace e confortato dalla tua compagnia. Arrivammo in fondo alla navata, ti voltasti e con sguardo sereno ma severo, schiudesti piano la porta. 

Dopo il primo abbaglio del sole pomeridiano, vidi un piccolo borgo di case, calate ancora nel silenzio del riposo. Non c’era nessuno e, intorno al paesello, la campagna, come madre premurosa e buona, era bionda, verde e rigogliosa. Il paese si stagliava in mezzo ai campi in tutta la sua bucolica bellezza: i muri di sasso e gli antichi archi delle androne erano decorati da rose di tutti i tipi che riempivano l’aria del loro profumo. Le fontane, come i ruscelli che correvano rapidi a lato delle strade, regalavano vita, gioia e frescura con l’acqua fresca e zampillante. Qua e là, alberi frondosi e secolari donavano ombra e tranquillità, agitati da una brezza leggera e calda. 

Appena varcammo la soglia e fummo sul sagrato, le campane cominciarono a suonare, rompendo il silenzio con la loro voce potente e calda.

Mi guardasti ancora una volta, ipnotizzandomi, ma questa volta il tuo volto divenne sempre più evanescente così come il paesello e la campagna; le campane diventarono sempre più lontane… fu così che mi riebbi e mi accorsi che il treno stava ormai entrando nella stazione di Udine.

Estate 2019.

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