a A. M. ovvero Iside, la Novella Musa
Un giorno di tarda primavera, scendevo in auto da Cividale, lungo la via che conduceva verso Corno di Rosazzo e Cormons.
Man mano che la strada proseguiva, si elevavano progressivamente le dolci colline orientali cariche di viti, mentre la pianura friulana cedeva loro terreno. Poiché il tempo e il lavoro me lo permettevano, decisi di svoltare, alla grande rotonda in costruzione, verso la località di Spessa, lungo il rettilineo che conduce alla chiesa.
Passata la curva a gomito, la strada proseguiva sinuosa costeggiando l’antica Villa Rubini e, oltrepassato un rio, portava verso le alture dominate dalle cantine di quella zona. Arrivato al Bosco Romagno, decisi di lasciare la macchina all’ingresso del parco per poter proseguire a piedi. Mi incamminai lungo il fianco della collina, su una strada utilizzata durante il periodo delle vendemmie e, attraverso filari di viti con rosai a capofila, passai oltre un piccolo ruscello fino a raggiungere la cresta del colle.
Lì, all’ombra di un grande albero, trovai ristoro nelle vicinanze di un’antica e zampillante fonte, presso cui qualcuno in passato aveva posto una grossa pietra come seduta. Era caldo, misi le mani sotto al getto d’acqua fresca, sciacquai il viso, mi dissetai e, infine, mi sedetti. La vista spaziava su un mare di vigneti, ordinati, verdi e messaggeri di un ottimo raccolto. Gli spazi adorni di filari di viti, come merletti ricamati sulle colline, erano intervallati da boschetti selvatici, entro cui, a detta dei viticoltori, trovavano riparo tutti quegli animali e quegli insetti necessari al mantenimento di un delicato ecosistema.
Ogni tanto, qualche casale e qualche antica villa o villaggio, belli a vedersi, emergevano da quel mare di verde. Quel paesaggio mi creava una certa estasi, innalzata dal canto degli uccelli e dal fruscio delle foglie mosse da una leggera brezza; la mente, provata da ore di ambiente chiuso e di schermo del computer, si ossigenava inebriandosi del profumo di rose, di fiori, di terra baciata dal sole e di erba tagliata.
Mentre ero in contemplazione, seduto all’ombra di quel grande albero, mi parve di sentire, a poca distanza da me, un rumore ovattato, come di un leggero sbatter d’ali sul terreno. Quel suono persistente mi incuriosì a tal punto da costringermi ad alzarmi, abbandonando il ricovero di oraziana memoria, per trovarne l’origine. A pochi metri, vidi un bellissimo falco che agitava le ali, pur senza riuscire a staccarsi da terra. La povera bestia sembrava sfinita o, peggio, ferita.
Mi avvicinai cautamente e ammirai il suo nobile piumaggio e la sua livrea. Anche se privo di forze, all’inizio schioccò il becco per farmi allontanare, ma percepite le mie buone intenzioni si lasciò prendere. Lo portai vicino alla fonte e, come a una persona che non si sente bene ingenuamente si porge un sorso d’acqua quasi fosse una medicina universale, così anche io ne presi un po’ con la mano e la avvicinai al rapace. Esso bevve avidamente tanto che più volte dovetti ripetere quel gesto. Osservandomi, stette un attimo sul bordo della vasca di pietra per poi, improvvisamente, spiccare il volo e scomparire all’orizzonte.
Imitando il falco, anche io ripresi il sentiero proseguendo il mio cammino. Non passò molto tempo che sentii uno scalpiccio di zoccoli provenienti dal bosco. Pensai che fossero degli escursionisti a cavallo provenienti da qualche agriturismo nelle vicinanze, ma, con enorme sorpresa, vidi che si trattava di due cavalieri abbigliati alla maniera medievale, con tanto di cotta di maglia e veste di uno strano colore, decorata da un inusuale stemma. Quest’ultimo era preziosamente ricamato d’argento su uno sfondo color rosso rubino e recava una “I” sovrastante un grappolo d’uva con due cipressi ai lati.
Non appena mi videro, mi fermarono e cortesemente mi invitarono a seguirli. Io, già piuttosto sorpreso da quella situazione, ulteriormente stranito, dissi che forse si erano sbagliati e che molto probabilmente mi avevano confuso con qualcun altro. In realtà nella mia mente pensavo fosse uno scherzo o una rievocazione storica di cui non ero a conoscenza. Uno di loro, sempre in modo affabile e gentile, mi disse: “Signore, voi poco fa eravate seduto presso l’antica fonte di Sant’Anna, vero?”.
Alla mia risposta affermativa, l’altro riprese: “Allora dovete venire con noi. La mia Signora vi sta aspettando. Non avete nulla di cui temere”. Non del tutto tranquillo, ma comprendendo di non avere molta scelta, accettai di seguirli. Salii a cavallo e, con un’andatura tranquilla, prendemmo un sentiero che si snodava verso ovest attraverso vignali, boschi e prati fino a giungere alla strada regionale. Una volta attraversata, risalimmo per stretti viottoli sulle colline fino a un’antica rocca. Arrivammo sul crinale del colle, anch’esso dimora di migliaia di viti, e, poco dopo, ci fermammo presso il varco dell’antico maniero.
Sceso dalla cavalcatura, i due cavalieri mi fecero strada verso il castello, il quale non era molto grande, ma le quattro torri circolari d’angolo gli conferivano un aspetto severo ed elegante. Il viale di accesso era in salita ed era costeggiato da due file di cipressi. Conoscevo quel posto, ci ero andato moltissime volte in occasione di manifestazioni culturali ed enologiche e quindi ancora una volta pensai che quella situazione si trattasse di un gioco a cui stavo prendendo parte inaspettatamente e casualmente. I grandi battenti in legno del portale di accesso si aprirono e alcuni soldati di guardia mi fecero entrare dandomi un cortese benvenuto, quasi sapessero chi fossi. Stando al gioco, salutai ed entrai nella corte.
Tuttavia qualcosa non quadrava: la corte era come me la ricordavo, ma gli edifici erano costruiti in modo leggermente diverso e il grande glicine fiorito decorava sì gli archi di quella che doveva essere la veranda, ma… non c’era nessuna veranda! Essa aveva lasciato il posto a un colonnato sul fondo del quale si stagliava, come in un quadro, la chiesetta di San Bernardo. Alla mia destra, la torre circolare del pozzo, che ricordavo monca, aveva una sua struttura definita e la corte stessa aveva un giardino ordinato all’italiana con rose, fiori, sculture e architetture verdi: tutto era assai diverso da come lo ricordavo. Numerosi drappi con il curioso stemma rosso rubino garrivano al vento.
Cominciai a pensare di essere caduto in un sogno presso la fonte, ma tutto sembrava vivido e reale. Un dignitario con una preziosa veste lunga decorata con croci e simboli nobiliari e un ampio copricapo mi salutò dicendomi che la Principessa mi avrebbe ricevuto presto. “Seguitemi, intanto, nella sala del trono”, concluse. Smarrito, ma deciso a non lasciar trasparire le mie emozioni, seguii il nobile negli atri e nelle sale di cui non ricordavo minimamente l’esistenza.
Dopo un percorso labirintico, mi ritrovai in un’ampia sala con un trono di legno riccamente intagliato e intarsiato con metalli preziosi quali oro e argento. Dietro di esso, una vetrata decorata e dai vetri di varie tonalità del giallo, faceva intendere di affacciarsi verso le colline orientali del Friuli. Il resto della sala era finemente affrescato con soggetti che ricordavano il lavoro legato alla vite e al vino. Una sorta di coro ligneo, suddiviso in numerosi sedili, si sviluppava lungo le pareti dell’aula. I dignitari e i consiglieri presenti mi salutarono con brevi cenni e inchini e poco dopo fui fatto accomodare su un elegante scranno di fronte al trono.
Una campanella suonò e due battenti si aprirono per lasciar entrare un ometto basso e tarchiato che in tono solenne disse: “La Principessa dei Colli Viniferi!” Calò il silenzio, rotto solo dagli scricchiolii dei sedili da cui si erano alzati tutti i presenti. Anche io seguii l’esempio per rispetto, ma anche molto curioso di vedere questa “sovrana” e per capire chi mi stesse chiamando o facendo un pessimo scherzo.
Una giovane donna entrò solennemente e per un istante si fermò davanti al trono, salutando con lo sguardo tutti i presenti. Impallidii al cospetto della sua bellezza: i suoi capelli erano lunghi, mori e mossi, cadenti sulle spalle fino all’altezza del ventre, i suoi occhi erano due profondi pozzi di luce, castani scuri ma brillanti allo stesso tempo, grandi e dalla forma di mandorla. Le sue labbra erano disegnate alla perfezione e di un colore simile al vino, mentre la sua pelle aveva il colore della miglior terra. Il suo viso era esile ed elegante, come la sua figura.
Un ricco abito rosso rubino, con un lieve strascico, la vestiva; ai piedi portava scarpette di velluto alla friulana, ma con la punta simile a quelle indossate dalle dame del Medioevo. Le sue mani erano regalmente giunte al di sotto del seno e i suoi avambracci, scoperti dalle ampie maniche del vestito, erano decorati con bracciali di varia foggia, mentre un grosso anello con un rubino cingeva il suo anulare destro. Una collana con pietre brillanti vestiva il suo collo per caderle sul petto, esaltando il colore della pelle e dell’abito. I suoi orecchini erano due pendenti d’argento decorati con pietre rosse, mentre una corona di platino con rami di vite, di quercia e d’alloro, le cingeva il capo e due grappoli di granati le decoravano le tempie.
Regalmente si assise sul trono e noi tutti, dopo di lei, seguimmo il suo gesto. Sorridendo, mi guardò e fissò i suoi occhi profondi su di me. Pensai di smarrirmi nel suo sguardo, talmente era bello e di meravigliosa espressività. Con voce ferma e bassa, mi omaggiò, dicendo: “Siate voi il benvenuto alla mia corte. Qual è il vostro nome, di grazia?”. Ancora sconvolto dalla sua vista, esitai un istante e risposi: “Melibeo, mia Signora”. “Che nome particolare, ma se non erro richiama un po’ quello che il mio regno rappresenta”. Replicai: “Scusate l’ardire, Signora, ma voi chi siete e perché avete voluto vedermi?”. Lei sorrise e cortesemente disse: “Io mi chiamo Iside, Principessa dei Colli viniferi e Signora delle viti e del vino, sangue della terra. Voi siete qui, nobile Melibeo, perché avete reso un enorme servigio al mio regno e al mio messaggero più caro e fidato”.
Appena si spense l’eco delle sue parole, dal fondo della sala entrò il falco che avevo soccorso nei pressi della fonte e si fermò ai piedi della gran dama. “Avete salvato il mio amico e questa bontà di cuore non può rimanere senza un compenso. Inoltre, so che voi amate molto questi luoghi, considerando un’arte la lavorazione della vite e del vino, che spesso assaporate in compagnia dei vostri amici. Questi paesaggi significano molto per voi e so che affermate che questi colli, dovrebbero rimanere incontaminati e salvi dall’avidità di chi vorrebbe distruggere o alterare tutto questo. Perciò il mio dono vuole rendervi parte per sempre del mio regno e spronarvi a mantenerlo tale.”
Un paggio, si avvicinò ad essa, recando, su un cuscino di velluto, una spada. Lei la impugnò e di piatto la pose, su me inginocchiato, per tre volte, in modo alterno, sulle spalle, dicendo: “In nome di Dio, di San Michele e di San Giorgio, io vi nomino Cavalier delle Vigne”. Un lungo applauso sottolineò la benedizione e io fui ricompensato ulteriormente dal suo sorriso. “Cavaliere – disse – abbiamo organizzato un banchetto in vostro onore”.
Dopo i convenevoli degli altri dignitari, venni accompagnato in un’altra sala dove ebbe luogo un lauto banchetto, durante cui si servirono molti vini della zona, accompagnati da piatti della tradizione locale. La Principessa era amabile con tutti e per ognuno aveva una parola dolce, gentile e, talvolta, di spirito, sicchè tutti godevano della sua compagnia. Spesso i nostri sguardi si incrociarono, tanto che presto dimenticai persino i particolari del banchetto e della sala in cui era ospitato.
Non passò molto tempo prima che la Principessa si assentasse per ritirarsi presso i suoi appartamenti e poco dopo un paggio mi si avvicinò dicendomi che la sovrana aveva voglia di incontrarmi in privato. Lo seguii fino a un giardino terrazzato che dava verso sud, presso una delle antiche torri rotonde. Quel piccolo Eden faceva parte della parte privata riservata alla Principessa.
Era un giardino romantico, ben distante per forma e disposizione da quello che avevo visto all’entrata. Esso era contenuto da un muraglione e, al centro, zampillava una piccola fontana, mentre lungo i camminamenti si trovavano delle sedute. Rose di tutti i tipi signoreggiavano in quel luogo silenzioso adatto alla meditazione e alla contemplazione del paesaggio circostante. Le bordure dei sentieri erano di fresca erba verde e, al di sotto dei cespugli di rosa, vi erano una moltitudine di fiori colorati più o meno selvatici; qualche albero di piccolo fusto dava movimento al giardino insieme a qualche antica architettura, fosse un arco o un insieme di colonne.
La Principessa Iside, assorta nella lettura di un libriccino, mi aspettava seduta su una panca di pietra, al di sotto di un arco di rose rampicanti nei pressi del muraglione che dava verso la valletta sottostante, oltre la piccola fontana. Appena mi vide mi fece cenno di andare verso di lei. I profumi e l’aria primaverile erano indescrivibili, poiché solo la reale presenza in quel luogo può rendere l’idea della meraviglia. Quando arrivai al di sotto dell’arco, feci un breve inchino con il capo e mi accomodai di fronte a lei. La luce del sole la illuminava e ciò che avevo visto nella sala del trono era solo una pallida idea della sua bellezza e regalità. Non aveva più la corona, ma solo un piccolo diadema e ciò la rendeva meno imponente.
Con volto sereno, cominciò a parlarmi dicendomi: “Cavaliere, oggi vi ho visto un po’ smarrito e posso capire la situazione. Lasciate che vi racconti la storia mia e dei miei possedimenti. Il mio reame si estende su tutte le colline che cominciano sopra Nimis e terminano sopra la città di Gorizia; tutto il Collio, per intenderci. Sono tenimenti molto antichi che la mia famiglia, di generazione in generazione, ha mantenuto e difeso, attraverso ogni dominio degli uomini. Cominciò prima dell’arrivo dei Romani che, in seguito, perfezionarono l’arte della coltivazione della vite; ciò continuò per tutto il Medioevo sotto il dominio dei Patriarchi, dei quali eravamo vassalli. Il titolo di Principe deriva dal fatto che i Patriarchi stessi tenevano in alta considerazione quest’arte e infatti di noi avevano bisogno quando dovevano fare importanti doni ai monarchi stranieri loro alleati.
Più avanti si andò col tempo, più quest’arte si impoverì rimanendo solo nella memoria delle generazioni di onesti viticoltori, che molto spesso si opposero all’ingresso di nuove specie di viti a scapito di quelle nostre tradizionali. Il mio regno non è visibile a tutti perché non tutti sono in grado di comprendere l’importanza di quest’arte e di apprezzare la bellezza di questi luoghi. Molti ormai hanno il cuore corrotto dal denaro e dal profitto e cominciano ad accampare diritti su queste terre, sperando di ingrossare il proprio patrimonio a scapito dell’autenticità dei prodotti della terra.
Tutti i nostri viticoltori e cantinieri della zona, invece, conoscono la mia esistenza e da generazioni hanno giurato fedeltà al mio casato, continuando con fatica a coltivare le viti e a produrre vini sempre migliori. Inoltre, la mia esistenza, quella del mio regno e della mia corte è nota solo a pochi altri che apprezzano e ammirano questo piccolo mondo. Il fatto che voi oggi abbiate soccorso il mio falco mi ha convinto che eravate meritevole di avere un rango nel mio regno. Era da un po’ di tempo che osservavo crescere il vostro amore per questo paesaggio. Ecco il motivo del mio dono, del banchetto e di questa conversazione.
Ora, se volete, siete libero di tenermi compagnia o di partire. Ma ricordate che ora avete un dovere ufficiale: quello di proteggere questo regno e quello di far conoscere ai vostri amici e ai vostri conoscenti il piccolo miracolo che avviene ogni anno in queste zone: la terra, attraverso le viti, dona il proprio sangue all’uomo che ne sa apprezzare i profumi, i sapori e tutte le storie, antiche e moderne, che ancora oggi vi prendono parte.”
Parlammo a lungo e il tempo sembrò fermarsi mentre contemplavo la nobiltà e la raffinatezza del parlare e dei modi.
Conclusa la giornata e il tempo passato con lei, mi alzai dal quel luogo ameno impreziosito dalla sua bellezza, mi inchinai e uscii dal suo giardino. “Potrete venire a trovarmi ogni volta che vorrete, Cavalier delle Vigne, e io sarò qui ad attendervi”, disse la Principessa come congedo definitivo.
Un dignitario mi mostrò il varco di uscita e, accompagnato dai cavalieri, mi ritrovai dove avevo parcheggiato la macchina. I pensieri mi accompagnarono per tutto il viaggio fino a casa, tanto che mi parve estremamente breve.
Alla sera, ripensando alla giornata che aveva avuto quel risvolto piuttosto bizzarro, mi addormentai felice per il dono che mi era stato concesso, in estasi per la vista della Principessa e onorato per il compito assegnatomi.