Il Sognatore friulano

Blog di racconti nati da pensieri, sogni ed emozioni.

II Visione – Miranda, angelo terrestre, rivestito d’aura celeste

Alla Vetera Musa

In un bel giorno di tarda primavera, mentre i paesaggi tra il Veneto e il Friuli mi sfrecciavano davanti agli occhi e mentre contemplavo la natura nel pieno della sua freschezza e del suo rigoglio, mi addormentai cullato dal rollio del treno. Mano a mano che le voci e i rumori evaporavano fuori dallo spazio e dal tempo, mi ritrovai all’interno di una chiesa.

Non era un edificio grande, quanto piuttosto la tipica chiesetta di un piccolo e assonnato paese di campagna. Era antica e luminosa, forse di un tardo Seicento, con le pareti bianche di calce, lesene ioniche pronunciate e con un cleristorio di ampie finestre arcuate. Gli altari erano riccamente decorati, arricchiti con tanti fiori bianchi, rose e gigli, che spandevano un profumo inebriante.

Non c’era nessuno e tutto ciò che si sentiva erano gli scricchiolii dei banchi e quelli, lontani, che venivano dall’esterno. Questi piccoli e discreti rumori scalfivano a malapena il grande e sacro silenzio di quel luogo, perfetto per meditare e pregare.

Mentre ero immerso nei pensieri e nelle preghiere, nell’attimo in cui, appena distratto, il mio sguardo indugiava sull’antico organo in cantoria e sul luminoso rosone sovrastante, sentii alle mie spalle un delicato fruscio.

Mi girai verso l’altar maggiore e lì ti vidi, graziosa Dama, avanzare lentamente verso di me.

Non esiste parola per descrivere il fremito profondo che mi scosse e che mi tolse ogni capacità di parola, tagliandomi la lingua.

Il tuo austero splendore accendeva ogni cosa ti stesse intorno. Le candele degli altari, quasi ingelosite dalla tua luce, nel tentativo di imitarti si impegnarono nel loro brillare e le pareti della chiesa divennero più candide, imitando il tuo vestito.

Così ti mostrasti a me: avevi indosso un bianco abito e un nastro blu cingeva la tua vita per scendere lungo il fianco destro. Esso contrastava con il colore bronzeo della tua pelle. La veste, decorata con merletti, lasciava scoperte le tue braccia e le tue gambe fino al ginocchio; i tuoi piedi leggeri erano cinti da evanescenti sandali, i tuoi polsi erano decorati con bracciali sapientemente lavorati da qualche divino artigiano, così come le tue mani erano inanellate d’argento.

Il tuo collo, così bello, snello e lungo, era cinto da un nastro blu con un piccolo ciondolo siderale. Dai lati della tua fronte partivano due esili ciocche di capelli che, legandosi dietro il capo, formavano un’unica coda, ricadente sugli altri capelli liberi sulle spalle.

Il tuo volto era radioso, con un sorriso in grado di debilitare qualsiasi anima sensibile al bello e al divino; i tuoi occhi, grandi e solenni, mi guardavano, trafiggendo l’anima e fiaccando lo spirito.

Poiché avevi capito che non sarei stato in grado di dirti nulla, mi salutasti con una voce simile al registro di un organo celeste.

Agile, scendesti i gradini del presbiterio, mi prendesti delicatamente la mano e mi conducesti lentamente verso il portale chiuso della chiesa. Non volevo uscire da lì, poiché mi sentivo in pace e confortato dalla tua compagnia. Arrivammo in fondo alla navata, ti voltasti e con sguardo sereno ma severo, schiudesti piano la porta. 

Dopo il primo abbaglio del sole pomeridiano, vidi un piccolo borgo di case, calate ancora nel silenzio del riposo. Non c’era nessuno e, intorno al paesello, la campagna, come madre premurosa e buona, era bionda, verde e rigogliosa. Il paese si stagliava in mezzo ai campi in tutta la sua bucolica bellezza: i muri di sasso e gli antichi archi delle androne erano decorati da rose di tutti i tipi che riempivano l’aria del loro profumo. Le fontane, come i ruscelli che correvano rapidi a lato delle strade, regalavano vita, gioia e frescura con l’acqua fresca e zampillante. Qua e là, alberi frondosi e secolari donavano ombra e tranquillità, agitati da una brezza leggera e calda. 

Appena varcammo la soglia e fummo sul sagrato, le campane cominciarono a suonare, rompendo il silenzio con la loro voce potente e calda.

Mi guardasti ancora una volta, ipnotizzandomi, ma questa volta il tuo volto divenne sempre più evanescente così come il paesello e la campagna; le campane diventarono sempre più lontane… fu così che mi riebbi e mi accorsi che il treno stava ormai entrando nella stazione di Udine.

Estate 2019.

La Fonte dell’eterna giovinezza

a Iside, Novella Musa

a Noemi

Un tempo, non troppo lontano, in una piccola città di provincia, un uomo di nome Giovanni, giunto all’età in cui non ci si sente più tanto giovani, ma nemmeno vecchi, viveva tranquillamente la sua vita. Era uno come tanti, con pregi, qualità, difetti, passioni, amicizie e passatempi, primi fra tutti i libri e la musica. 

Questa sua tranquillità, tuttavia, non impedì lui, d’un tratto, di cominciare a farsi alcune domande e pensieri, relativi all’esistenza umana e alla morte. Tutto ciò giunse all’improvviso, in una sera di tarda estate quando la brezza porta con sè i primi freddi d’autunno. Era festa nel piccolo paese in cui Giovanni abitava; stava cenando con i suoi amici ridendo, scherzando e non risparmiando qualche nostalgico pensiero legato al passato, alla vita giovanile e a qualche amico andato avanti.

D’un tratto gli sguardi si posarono su un gruppo di giovani e belle ragazze che, spensierate, stavano passando la serata. Il gruppo di amici, oltre al lato estetico, apprezzò fin da subito la letizia e la spontaneità tipica dell’età dei vent’anni, quella in cui i pensieri dominanti sono l’invincibilità e il “dominio” del mondo. Il capannello di ragazze, notati i loro sguardi attenti e interessati, si avvicinarono spavaldamente alla tavolata per festeggiare con loro e insieme levarono le voci e i canti al cielo, facendo passare la nostalgia e la malinconia a quei ragazzi, ormai depurati dal balsamo della bellezza e della giovinezza. Passata la serata, salutati gli amici e le nuove amiche, Giovanni, in sella alla sua bicicletta, se ne tornò a casa leggero e rasserenato.

I pensieri dello scorrere del tempo e dell’incombenza della morte, misti al ricordo della leggiadria e della fresca sensualità delle ragazze, lo tennero sveglio fino all’alba, quando un oscuro sonno senza sogni si posò su di lui. La mattina si destò intontito, come preso da un dopo sbornia, ma sapeva bene che, invece, ciò era dato dall’affaticamento del cervello per i troppi pensieri e le scarse ore di sonno. Tuttavia, sbrigò le faccende ordinarie e si recò presto al lavoro… tutto tranquillo, tutto nella norma.

Quel germe d’idea, però, lo tormentò più volte quando nelle brevi pause lavorative guardava il panorama rilassante dell’acqua e delle piante al di fuori della finestra. L’idea della sua morte e di quella delle persone a lui care stendeva un tetro manto sui suoi pensieri, poi d’improvviso si ritraeva alla luce del pensiero della giovinezza. Aveva letto, durante innumerevoli ore passate sui libri, riviste e articoli che, da qualche parte su questo pianeta, esisteva un luogo leggendario in cui era impossibile invecchiare e l’acqua di una fonte miracolosa manteneva gli uomini per sempre giovani, in forze ed esenti dalla morte. Come ogni leggenda che si rispetti, pensò, anche quella doveva avere un fondo di verità, soprattutto poichè era patrimonio di numerose culture umane, sparse nel corso dei secoli.

Pensava ancora alle ragazze della sera precedente, alla loro bellezza e giovinezza, che portavano freschezza e leggerezza di pensiero. Come sarebbe stato bello tornare a quell’età e non dover vedere più passare gli anni e le preoccupazioni! Oppure assistere al progressivo passaggio di varie generazioni e guardare il lento scorrere del tempo, che tuttavia non l’avrebbe mai sfiorato! E come sarebbe stato confortante trovare un modo per salvare dalla morte i propri cari per godere con loro l’eternità sulla terra, come in un eterno Eden.

Uscì dal lavoro e, arrivato a casa, cominciò febbrilmente a studiare vari libri che trattavano l’argomento. Scorse le pagine del Libro della Genesi, leggendo la descrizione del Paradiso terreste, riprese la mitologia greca, in cui era menzionato il Giardino delle Esperidi, Cosma Indicopleuste e la sua geografia del mondo al di fuori dei confini conosciuti nell’antichità, scorse i miti orientali del taoismo e della mitologia induista. Riguardò Dante, Virgilio, il viaggio di San Brandano fino ad arrivare alla lettera di Prete Gianni, in cui si racconta di un favoloso regno orientale cristiano, governato da un sacerdote, in cui ogni delizia era donata dalla terra senza il bisogno di lavorarla e gli uomini vivevano per sempre e in pace, proprio come nell’antico Lazio governato da Saturno, durante l’Età dell’Oro.

Non cenò e non sentì i morsi della fame. Concluse a tarda sera con letture relative alla leggenda del Graal e ai racconti dei Conquistadores, attirati dall’Eldorado e dalla Fonte dell’eterna giovinezza… eccola lì! Quella lo interessava più di tutto! Quella sarebbe stata l’oggetto delle sue ricerche, poiché la sua acqua, come quella bevuta attraverso il Graal, avrebbe donato la giovinezza e la vita eterna. Ogni mitico luogo aveva una fonte del genere, molti erano morti per cercarla, ma nessuno l’aveva trovata o era tornato per raccontarne l’esistenza.

La mattina successiva, dopo un sonno estremamente agitato, mentre faceva colazione, gli spuntò l’idea di mettersi in viaggio nel mondo, partendo dall’America centrale, luogo privilegiato come sito della Fonte, passando per l’Inghilterra del sud e l’Irlanda, i luoghi della tradizione del Graal. Avrebbe girato come un novello cavaliere medievale, cercando quella fonte miracolosa e le sue acque di vita.

Nel periodo successivo fece numerosi viaggi, sempre più frequenti attorno al mondo; diventò sempre più pensieroso e più solitario poichè unica ragione di vita era la ricerca e la scoperta della mitica Fonte della Giovinezza. Il tempo investito in questo peregrinare lo avrebbe riscattato nel futuro a venire. Parlò con molte persone, viaggiò attraverso lussureggianti foreste, dopo aver sentito i racconti degli abitanti dei luoghi e facendosi guidare da loro; passò deserti aridi e verdi pianure solcate da grandi fiumi. Vide, in effetti, numerose lande che potevano ricordare luoghi paradisiaci ma della fonte nessuna traccia, nonostante i racconti la dessero nelle vicinanze.

Tornò a casa dopo qualche tempo, sconfitto. Non riuscì nemmeno ad apprezzare ciò che aveva visto, nonostante molti dei suoi amici desiderassero parlare con lui per farsi raccontare la sua avventura. Anche molte giovani ragazze, incuriosite, gli chiedevano di parlare della sua ricerca. Ma lui era affranto e apatico. Non desiderava la compagnia di nessuno, tanto meno di giovani fanciulle che gli ricordavano il suo fallimento: non sarebbe più tornato a quell’età spensierata.

La morte avrebbe ghermito, prima o poi, lui e i suoi cari, dopo aver assistito al lento disfacimento del corpo e della mente. Sarebbe morto. Sarebbero tutti morti. Anche le belle ragazze incontrate in quella ormai lontana sera. Non c’era scampo al Tristo Mietitore! Si estraniò allora dal mondo per un periodo, poichè questi pensieri divennero insopportabili e nulla gli dava la stessa gioia di prima. A che serve, si chiedeva, se poi devo finire comunque sotto due metri di terra? 

Passava le sue giornate così: casa lavoro e lavoro casa e le uscite con gli amici si erano diradate di molto. 

Una sera, però, su grande insistenza di un suo vecchio amico, uscì controvoglia per andare a una festa d’estate. Si recarono insieme in un’antica, splendida villa di campagna: era prevista una visita all’edificio unitamente a una degustazione di vini e di cibi del territorio. La sera era tiepida e le montagne, esaltate dalla luce del crepuscolo e della Luna, facevano bella mostra di sè, mentre la gente festante godeva della musica, della bellezza del paesaggio e della splendida dimora.

Ad un certo punto, mentre si trovava nel parco, come richiamato da un alito di vento, si girò verso lo scalone monumentale dietro di lui e lì la vide… appoggiata alla balaustra in pietra: con lo sguardo rivolto verso il parco, c’era una donna, ancor giovane e di una bellezza disarmante. Iside era il suo nome. Era bella, meravigliosa e altera, con lo sguardo profondo e regale, ma triste e malinconico, quasi enigmatico. Aveva le mani appoggiate alla balaustra dello scalone e guardava lontano verso l’orizzonte.

I suoi lunghi capelli di seta nera, liberi sulle sue spalle, ondeggiavano leggermente alla brezza della sera rischiarati sulla fronte da sottili filamenti d’argento. Capelli così li aveva visti solo nei viaggi compiuti nel Mediterraneo orientale o nelle isole del Pacifico, luogo in cui le donne li trattano con olii naturali per farli splendere. La sua pelle d’ambra, simile a quella che arrivava dal Baltico nei tempi antichi, era esaltata da un lungo vestito, blu come i lapislazzuli d’Afghanistan o come il Nilo, trattenuto alla vita da una cintura d’argento che brillava ai raggi della luna, quasi fosse uno zampillo d’acqua sorgiva. Anche le braccia, il collo e le orecchie erano impreziositi da anelli, bracciali e collane, degni dei tesori dei racconti di Alì Babà e dei suoi quaranta ladroni.

Le sue labbra tanto erano perfette: rosse e ben disegnate, sembravano dipinte da un dio, che ne avesse voluto far dono alla sua amata mortale. D’improvviso, Iside posò lo sguardo su di lui: ne potè ammirare gli splendidi occhi dal profilo di mandorla, due diamanti castani propri delle contrade orientali, brillanti, luminosi e profondi, contornati da lunghe ciglia che ritmicamente spazzavano via ogni pensiero fosco in chiunque li guardasse. Essi erano incastonati su un viso nobile, simile a una scultura.

Pareva proprio fosse una dea caduta dalle stelle e, orfana in questo mondo, mieteva sguardi d’uomini, quasi per gioco, in attesa di ritornare nelle sue alte celesti dimore, tra i suoi simili… oppure, se mortale, lei ne sarebbe stata rapita per essere portata nelle antiche divine residenze lontane dagli uomini, suscitando la gelosia e la furente ira di altre dee, adombrate da tanta beltà.

Anche Iside lo notò e, avvertendo la sua incredibile inquietudine, scese lo scalone per andargli incontro. Il suo incedere nobile era enfatizzato dal movimento del lungo vestito e dalle scarpe lucenti che ne slanciavano l’esile e minuta figura. Giovanni rimase rapito da tanto splendore. Era una dea, pensò, o comunque una regina venuta da terre lontane, di quelle di cui aveva sentito cantare nelle storie durante i suoi viaggi. Quasi ammaliato, non riuscì a staccarle gli occhi di dosso.

Si guardarono, non si dissero nulla, ma insieme si diressero alla grande fontana del giardino. Si sedettero e cominciarono a scambiarsi parole e sussurri che nessuno poteva immaginare, quasi fossero indicibili segreti. Rimasero lì a lungo, finché d’improvviso tacquero, ascoltando gli echi lontani della festa, ammirando la notte adagiata sulla campagna circostante e la luce della luna che sembrava accendere le piccole lucciole che si libravano in volo.

Senza il minimo preavviso lei si avvicinò a lui, quasi percependo il suo enorme malessere e lo abbracciò a lungo. Un abbraccio dolce, caldo e avvolgente, come l’acqua delle terme che scioglie il gelo d’inverno. In quell’istante, lui si sentì alleggerito e curato poiché lei lo aveva spogliato da ogni pensiero negativo e da qualsiasi cupa visione.

Una luce interiore si accese in lui, come il bagliore di un forte terremoto, e questa folgorazione gli fece comprendere che aveva a lungo girato alla ricerca vana di un mito che era stato, invece, vicino a lui: aveva trovato la Fonte dell’eterna Giovinezza durante quella serata, presso un’antica dimora e ora gli si stagliava di fronte in tutto il suo meraviglioso splendore, vestita di blu e con un volto capace di accendere la notte più oscura.

I Visione – Miranda, specchio di bellezza del creato e delle antiche opere dell’uomo

Alla Vetera Musa

Un giorno, mia Musa, mentre, lontano da casa, scrivevo di antiche rovine e di venerabili chiese,

un lampo mi colse.

Questo buon accidente mi fece vedere, come in sogno, un paesaggio dolce e familiare. C’era una grande chiesa, che ben conosco, troneggiante con il suo grande e ben costruito campanile, in mezzo a una campagna in cui il grano biondeggiava e danzava al ritmo di una calda brezza tardo primaverile. Dietro la venerabile chiesa, scorreva un placido fiume di acque chiare, fresche e limpide.

Le sue sponde erano foderate d’erba verdeggiante e un ottimo pittore aveva colorato quel luogo con fiori variopinti.

I salici piegavano sulle acque i loro rami, quasi confidassero al fiume chissà quali incredibili segreti. C’era un gran silenzio, rotto solo dalla voce del vento, dal canto degli uccelli e dal ronzio degli insetti, instancabili operai. Il sole, alto nel cielo, accarezzava ogni cosa con i suoi potenti raggi.

Mi avvicinai al fiume, come attratto da un senso nascosto e lì ti vidi: eri immersa nell’acqua e i tuoi capelli danzavano al ritmo della placida corrente, confondendosi con le alghe del fiume; in un primo tempo, presi paura, timoroso che qualcosa di spiacevole potesse capitarti e con trepidazione mi avvicinai per prenderti e portarti a riva; tuttavia il tuo volto radioso e i tuoi occhi di rovere illuminati dal sole mi fecero capire che ti stavi rilassando, trovando riparo dalla calura.

Estasiato dalla tua vista, non ti disturbai, ma mi sedetti su un tronco, contemplandoti e vegliando su di te perché nessuno potesse importunarti.

Tutto ciò è durato il tempo di un lampo, poiché mi riebbi, sorridente, sulla mia scrivania veneziana.

Primavera 2019.

L’angelo o Là dove fioriscono le rose

(alla Novella Musa)

In una piccola e verde terra, molto tempo fa, vivevano due giovani, un ragazzo e una ragazza. Le loro vite si intrecciarono quasi per caso e, come tutte le cose fortuite, questo incontro cambiò per sempre le loro esistenze. Durante una festa privata avvenuta tra parenti e amici, egli non potè fare a meno di notare i suoi occhi profondi ed enigmatici, oltre che estremamente belli… questa vista fu l’inizio della prigione dentro la loro luce. Lei, invece, rimase ammaliata dal suo parlare fluente e dal senso di agio che lui trasmetteva. Nonostante la buona differenza di età, entrambi si impressero nella mente l’immagine l’uno dell’altra.

Passò qualche anno e questo ricordo si trasformò in languido ardore, sufficiente a farli nuovamente incontrare, durante una serata teatrale. Una volta finito lo spettacolo, si rividero all’esterno dell’austero edificio, su un piazzale avvolto dalla penombra e dal silenzio che avviluppava la città dormiente. Coccolati da una brezza primaverile, si sedettero su una panchina e lì ricordarono il passato non lasciandosi sfuggire qualche sorriso e qualche ombra di malinconia. Memori delle sensazioni di quella sera, decisero di incontrarsi più spesso e fu così che presto si innamorarono.

Girarono in lungo e in largo in quella piccola, verde e appartata terra, visitando qualche remoto paesino, sedendosi all’ombra di una pergola per ristorarsi dalla gita domenicale appena conclusa o camminando lungo le rive di un placido torrente di campagna. Il loro amore era nato che erano entrambi giovani e non venne toccato da alcun tipo di volgarità: era puro, sincero, disinteressato e volto al bene dell’altro. I giochi di sguardi e di parole, unitamente a dolci carezze, abbracci e baci, faceva crescere questo sentimento in modo veloce ma saldo. 

Un giorno d’inverno, però, durante una delle loro frequenti peregrinazioni, lui cominciò a parlarle fissandola direttamente negli occhi, dicendo: “Bimba mia, devo confessarti una cosa… queste parole sono come un macigno sopra il mio petto”. Gli sguardi di entrambi da luminosi, si fecero cupi: quello di lui per le cose che avrebbe dovuto dire a lei, mentre quello di lei per il tono grave da lui usato.

“Vedi, non rimane molto tempo per noi due nè per stare con te…” Lei, quasi in lacrime, lo interruppe: “Cosa stai dicendo? Perchè vuoi farmi questo? Dove te ne vai? C’è forse un’altra donna che ha preso il mio posto nel tuo cuore?” Lui, commosso e turbato dal tormento di lei, disse con un pallido sorriso, quasi a volerla confortare: “No bambina, mai ti farei questo… purtroppo una bestia oscura sta disfacendo il mio fisico. Ormai lo ha quasi sconfitto ed è rimasto poco o nulla da fare”.

Una stalattite di ghiaccio trafisse il tenero e giovane cuore di lei, gelando ogni parola sulle tenere labbra rosse. Vedendola pallida e tremante, la abbracciò sussurrandole che mai l’avrebbe lasciata e che avrebbe sfidato anche la morte per amor suo.

I giorni passarono e lui deperì sempre di più finché, in una mattina di primavera, passò questo mondo. Lei era distrutta, il suo cuore a pezzi; nulla e nessuno poteva consolarla per l’amore perduto per sempre.

Avvenne intanto che l’anima del ragazzo, liberatasi dal suo scrigno mortale, volasse in alto, sempre più in alto fino ad arrivare a un grande cancello, di ferro antico, incardinato su due mastodontici pilastri di pietra. Sopra di essi si elevavano due cippi, uno con un’aquila e una croce, l’altro con un pellicano intento a lacerarsi il petto. A lato dei due pilastri si sviluppava una grande muraglia di pietra ben intagliata, coronata da imponenti merlature, mentre al di là della cancellata si intravedeva una strada lastricata delineata ai lati da file di cipressi, a lato dei quali, ondeggiavano, al ritmo di un placido vento, distese di fiori e di biondo grano.

Mentre si guardava intorno, un vegliardo vestito di bianco lo salutò calorosamente: “Giovanotto, sei arrivato! Ti stavo aspettando”. Lui non ebbe nemmeno il tempo per rispondere che il vecchietto, sciolse un catenaccio aprendo il varco. Sorridendo, disse: “Seguimi, ti faccio strada”. Appena varcati i cancelli, il ragazzo fu investito da un senso di benessere e di pace. Il tepore di quell’aria appena mossa lo aveva rinfrancato. Il buon vecchio, avvertendo lo stupore e il piacere del giovane, gli chiese se sapeva dove si trovasse, ma al tacere di lui aggiunse che presto l’avrebbe capito.

Man mano che proseguivano lungo quella strada, il giovane vide in lontananza un grandioso edificio, somigliante a una chiesa o a un antico palazzo. Intorno a lui, sparpagliate nella campagna, c’erano antiche costruzioni ben tenute, come non aveva mai visto, boschetti di alberi fruscianti, animali di ogni specie e una moltitudine di persone cordiali e sorridenti che li salutavano amabilmente al loro passaggio. Miste al vento, c’erano melodie indescrivibili che sembravano arrivare dal grande edificio e dal paesaggio circostante.

In breve arrivarono a quello che si delineò essere un castello, massiccio, turrito e possente; entrati nella corte, incontrarono un signore distinto e vestito regalmente, quasi fosse un re. Da lui emanavano bontà, pazienza e saggezza. Il suo aspetto e il luogo in cui si trovava, finalmente, gli fecero capire di essere arrivato al cospetto di Dio, accompagnato da Pietro, il custode del Paradiso. Per questo motivo, ogni muscolo si paralizzò dal timore e ogni parola  morì nella gola.

Tuttavia la dolce mano paterna che si posò sulla sua spalla lo confortò e, su invito dell’Onnipotente, tutti e tre si recarono all’interno del palazzo, dove, dopo numerosi splendidi saloni, corridoi, stanze e scale, illuminati da preziosissime vetrate, giunsero sulla cima di un’alta torre. Da lì si poteva cogliere l’immensità dell’Universo e giù, molto in basso, piccola piccola, si poteva vedere la Terra. Il giovane, quasi divertito dalle dimensioni del nostro pianeta, si meravigliò nel constatare che poteva facilmente osservare ogni cosa succedesse laggiù. Ad un tratto il suo sguardo cadde su una piccola città e, in particolare, su una casupola che lui riconobbe essere della sua amata.

Quale pena e dolore lo colsero nel vederla deperita, apatica e ormai distaccata dal mondo! Fu allora che realizzò e capì fino in fondo che cosa era successo. “Perché hai permesso che accadesse questo?” chiese quasi risentito, volgendosi direttamente a Dio. “Guarda e osserva com’è lei laggiù senza di me: triste, affranta; e i suoi meravigliosi occhi, un tempo più brillanti dei diamanti, ora sono spenti e consumati dalle lacrime. Come puoi permettere che quella creatura pura e innocente possa vivere in questo modo? Che senso c’è in tutto questo?”

Dio, con sguardo paterno e comprensivo, gli rispose: “Ragazzo, questo purtroppo accade a tantissime persone sulla Terra e dipende dal fatto che ogni cosa presente laggiù è stata intaccata e corrotta, all’origine di tutto, dall’imperfezione e dal male.” Il ragazzo quasi lo interruppe dicendogli: “Ma Tu sei onnipotente e quindi puoi salvare tutto e tutti!”. Riprese Dio: “Figliolo, ricordi Gesù? Anche Lui fu ucciso e anche Lui, all’estrema Sua ora, mi chiese di evitarGli la sofferenza e la morte, ma sapeva bene che quello che avrebbe dovuto patire sarebbe stato parte di un disegno, molto più grande di quell’avvenimento, fatto di amore e di salvezza.”

Allora il ragazzo gli disse: “E’ vero, però poi Lui è risorto, mentre a me non accadrà. Fammi allora tornare laggiù sulla terra dai miei cari e da lei!” “Sai che non è possibile questo. Fede e pazienza sono le migliori armi che si possano avere per affrontare momenti come questi sia in terra sia in questo luogo.” Il ragazzo, un po’ deluso da questo dialogo, rimase pensieroso e guardava verso la sua amata. – Che strano – pensò – era in Paradiso, nell’eterna beatitudine, eppure non riusciva a darsi pace.

Come un lampo, però, gli tornò in mente una breve preghiera che gli aveva insegnato, quando era piccolo, la sua cara nonna: quella rivolta all’angelo custode. Pensò ed ebbe l’ardire di rivolgersi nuovamente a Dio dicendo: “Mandami laggiù come il suo angelo custode, così che io possa starle accanto, farle sentire la mia vicinanza e proteggerla!”

Dio divenne pensoso e, lisciando la lunga barba, rispose: “Vedo che l’amore per lei dimora in te nonostante la morte; trovo questo di una tenerezza unica. Devo avvertirti però che ci sono due strade per tornare da lei: puoi restare qui a godere le luce e la beatitudine di questo regno e aspettare che lei arrivi al termine dei suoi giorni e insieme, finalmente riuniti, potrete godere dell’eterna pace, oppure puoi andare ora da lei e farle da custode, proteggendola lungo tutto il suo pellegrinaggio terreno… sappi però che questa via prevede che tu non possa varcare le porte del Paradiso fino al termine del suo tempo, poiché dovrai tu accompagnarla fin qui.”

Non fece in tempo a finire, che il giovane, saltando dalla gioia, accettò quest’ultima opzione. Dio, ancora, lo avvertì: “ Devi sapere che lei potrebbe vivere a lungo, anche fino a cent’anni, e che fuori dal Paradiso potresti imbatterti in anime e spiriti non buoni che potrebbero smarrirti”. Il ragazzo, convinto, affermò: “Per amor suo, sconfiggerò ogni cosa malvagia e perversa si possa avvicinare a noi!”. D’accordo su questo, Pietro, che era stato a osservare il serrato dialogo, lo accompagnò alle porte e accarezzandolo gli disse: “Ti aspetto qui, non tardare!”

Scendendo vorticosamente l’abisso dei cieli, il ragazzo si trovò finalmente vicino alla sua amata e non potè far altro che vedere lo stato in cui viveva: i suoi occhi non brillavano più, il suo incedere, un tempo nobile, era diventato quasi meccanico e ogni parola che usciva dalla sua bocca sembrava senz’anima né sentimento. Era rimasta sola poiché familiari e amici si erano progressivamente allontanati da lei, conservando solo un rapporto formale per assicurarsi che rimanesse in vita e che non deperisse più del dovuto.

A nulla erano serviti gli incontri con medici e psicologi. Il suo era un trauma insormontabile. Le sue notti erano insonni e gonfiavano i suoi occhi di lacrime; quando riusciva a prendere sonno, si agitava nel letto, inquieta. La prima volta che lui le si posò accanto, le parlò dicendole che finalmente aveva trovato il modo di stare con lei e che le cose sarebbero andate meglio. Lei non lo sentiva né poteva ascoltare le sue parole, ma appena lui ebbe finito di parlare, lei smise di agitarsi e passò una notte relativamente serena. Nei giorni successivi i suoi familiari e i suoi amici notarono che pareva più riposata anche se i segni del lutto sarebbero continuati a lungo. 

Come ogni cosa, anche questo dolore riuscì progressivamente a passare pur lasciando una profonda cicatrice sul suo giovane cuore. Trascorsero gli anni, diventò una donna, trovò un uomo, si sposò ed ebbe due figli, tutto sempre sotto lo sguardo attento e vigile del suo angelo custode, che la visitava in sogno ogni notte per confortarla e proteggerla.

Presto però i dolori ritornarono presso di lei perchè suo marito si rivelò essere un’anima nera: se all’inizio la loro storia era tranquilla e basata sul rispetto, egli, inaspettatamente e quasi d’improvviso, cominciò a umiliarla per qualsiasi cosa. Non c’era giorno che lei non passasse senza essere ferita, sminuita e degradata. Non c’era un motivo preciso. Tutto era iniziato quasi dal nulla nonostante gli anni che avevano passato insieme.

La sua unica consolazione erano i suoi due figli che, anche nei momenti peggiori, la abbracciavano, la baciavano e le risollevavano il morale. Il giovane angelo, nei sogni, non mancava di farle sentire la sua voce e spesso la incitava a prendere in mano le redini della sua vita per ritornarne padrona: non era giusto continuare ad essere sottomessa a un uomo vile e arido come quello! Doveva andarsene da lui, ricominciare una vita per il bene suo e dei suoi due figli. Ma nulla, lei sembrava non sentire né intendere i consigli del suo angelo.

Piano piano ripiombò nella miseria, nel dolore e nell’infelicità e l’angelo si disperava perché sembrava che la sua azione fosse del tutto vana. Col passare del tempo però, lei si rese conto, dopo l’ennesima umiliazione e violenza, che la sua vita era troppo preziosa per gettarla alle ortiche e, in una mattina d’inverno, trovò la forza di cacciare per sempre il marito vigliacco, il quale, fortunatamente, non si fece mai più vedere né da lei né dai figli.

Gli anni passarono, i bimbi diventarono ragazzi e poi uomini e lei, con la tipica tenacia e la forza femminile, aveva riacquistato un nuovo equilibrio con un buon lavoro e tante amicizie che le tenevano compagnia, soprattutto ora che i figli erano sempre più spesso via per i loro impegni di vita. Il suo angelo, costantemente al suo fianco, non smetteva mai di parlarle, dicendole quanto fosse contento che ancora una volta lei fosse uscita dall’abisso, pur rammaricandosi di non essere stato più attento per evitarle prima quei dispiaceri. 

La vita trascorreva tranquillamente ma lei si rese presto conto che, diventando sempre più anziana, le visite e le chiamate dei figli si facevano più rade. Li aspettava fremente e guardava spesso fuori dalla finestra di casa per vedere se fossero arrivate le loro macchine portandoli da lei per tenerle un po’ di compagnia o anche solo per un saluto. Ma nulla! Triste, e sola, passava i suoi giorni nella quotidianità tipica delle persone anziane: usciva la mattina per la spesa e poi si chiudeva in casa fino al giorno successivo. Ormai tanti amici se ne erano andati o non riuscivano più a passare da lei. Solo qualche telefonata, rare uscite per un caffè o brevi gite fuori porta la consolavano.

Un giorno però gli occhi le si illuminarono quando vide arrivare una macchina dalla quale scesero entrambi i suoi figli. Con passo lento, si recò ad aprire la porta per accogliere e abbracciare quelli che aveva sempre considerato i suoi tesori più grandi. Non riusciva a contenere la gioia e, accogliendoli alla porta, li abbracciò e li baciò. Loro la salutarono tiepidamente e sbrigativamente le dissero che sarebbe dovuta andare in un posto dove altri si sarebbero presi cura di lei. Con il lavoro e la loro vita non avrebbero potuto permettersi di prendersi cura di lei, specialmente ora che era nel pieno della vecchiaia.

Smarrita e con un sorriso debole lei disse che era ancora in grado di badare a se stessa, che in quella casa aveva tutto ciò che le serviva e che riusciva anche a vedere qualche persona nella zona in cui abitava. Non c’era bisogno di isolarla. Ma non ci fu possibilità di appello: qualche giorno dopo i figli la trasferirono in una struttura per anziani e, salvo alcune rare volte, non andarono più a trovarla.

Rinchiusa lì, dove non conosceva nessuno, dove non era più circondata dalle sue cose né dagli spazi della sua casa, l’ormai anziana signora ricadde nel dolore e nella disperazione. Cosa aveva fatto ai suoi figli perché la trattassero così? Non aveva mai fatto mancare loro nulla, li aveva cresciuti da sola, occupandosi di loro e togliendo anche a se stessa quando era stato necessario. Non riusciva a darsi pace. Il suo angelo continuava a parlarle cercando di consolarla, ma anche lui sembrava a corto di parole perchè nemmeno lui riusciva a capire il comportamento di quei figli. Forse non c’era una spiegazione, nemmeno un motivo. Era successo perchè doveva succedere, perchè spesso l’anima delle persone si tinge di nero e usano cattiveria anche nei confronti di chi ha dato tutto per loro. 

In una notte particolarmente agitata per l’anziana signora, un messaggero celeste si avvicinò all’angelo custode dicendo solo tre parole: “E’ il momento”. Il giovane capì che era arrivata l’ora di andare sia per lui sia, soprattutto, per lei. Le si avvicinò mentre dormiva e le sussurrò dolce come un tempo: “Bimba mia, dobbiamo andare”.

Successe, a questo punto, una cosa mai vista: contrariamente a tutte le altre notti di tutti quegli anni, quella sera, al suo sussurro, lei si destò, lo vide e si mise a piangere di gioia: “Sei tu, sei proprio tu! Allora per tutti questi anni, per tutta la vita eri tu che vegliavi su di me e visitavi i miei sogni!” Rispose lui: “Sì bambina, ogni notte ti ho parlato e ogni giorno ti ho accompagnata dovunque tu andassi, ma ho fallito in tante cose, perchè hai comunque vissuto dolori e dispiaceri. Volevo che la tua vita fosse perfetta, invece sappiamo entrambi quanto hai dovuto soffrire”.

“Cosa stai dicendo? Proprio tu invece mi hai dato la forza di superare i momenti difficili e di rallegrare quelli felici. Tu mi hai dato la spinta giusta per allontanare mio marito, rifarmi una vita e avere tanti amici. Mi hai consolata quando i miei figli mi hanno progressivamente abbandonata fino a rinchiudermi qui dentro. Dolce angelo, se tu non fossi stato nei miei sogni, non so che vita avrei avuto”. Lui, sorridendole, la prese per mano e le baciò l’altra, accorgendosi con meraviglia che lei era tornata giovane e bella, con i suoi lunghi capelli scuri e con gli occhi più brillanti di due stelle.

Come rapiti, volarono verso le rotanti sfere celesti e, una volta arrivati, varcarono insieme i cancelli del Paradiso accolti da Pietro. Una moltitudine di anime festanti diede loro il benvenuto e, dietro a tutti, apparve Dio, dal volto raggiante. “Avete dato prova di aver vissuto l’amore nella sua forma più alta, quella della carità. Il vostro sentimento ha superato i lacci della morte, trasfigurandosi fino a diventare l’unione perfetta di due anime. Per questo ho riservato per voi un posto speciale in questo mio regno, in cui vivrete in eterno la felicità che non avete potuto vivere sulla Terra”. Non appena Egli finì di parlare, le due anime amanti furono ulteriormente elevate e portate a vivere per sempre in un luogo speciale, là dove eternamente fioriscono le rose.

Elogio – A Miranda, musa e ispiratrice di ogni buon proposito

Guido cantava Giovanna,

Dante immortalava Beatrice, rendendola paradisiaca,

Francesco lodava Laura, incoronandola di immortalità,

mentre Giovanni scriveva di Fiammetta.

Ma io, Michele, invece, scrittore da nulla e pulviscolo rispetto alle fulgide stelle della letteratura,

sono molto più fortunato di loro, 

poiché contemplo te,

Miranda,

fiamma più luminosa tra le altre,

la più bella tra le più belle, stella del Nord, riferimento celeste per chi naviga nel Mondo.

Proemio di una vita

(alla Novella Musa)

In una notte della mia prima giovinezza, mentre i miei sensi erano assopiti in un sonno profondo, venni rapito ed elevato dal mio letto e portato in alto, sempre più in alto, fin al di sopra delle sfere celesti, da dove si poteva ammirare la maestà dell’Universo, enumerare le infinite galassie, sfiorare le stelle e toccarne le migliaia di pianeti, loro eterni corteggiatori. 

All’improvviso il tempo si fermò, mentre lo spazio si dilatava sempre di più fino a remote regioni, ogni rumore era progressivamente sovrastato dall’armonia e dalla melodia provenienti entrambe dal moto perpetuo dei pianeti, degli astri e di ogni corpo celeste. Il Cosmo intero era permeato da questi suoni. Ad un tratto mi parve di percepire migliaia di voci festanti, gioiose e cristalline, mentre al di sopra di esse se ne levò una potente, profonda e tenera. 

Si rivolse a me dandomi il benvenuto e, quasi cogliendo il mio pensiero avido di risposte, mi invitò a contemplare ciò che mi circondava e ciò che poco dopo avrei visto. Non provai né disagio né paura, ma solo un acuto senso di benessere.

La voce aggiunse: “In questa notte, sarai testimone di un prodigio, di un avvenimento estremamente importante, poichè forgerò l’anima di una donna che tu, trascorso il giusto tempo, avrai il dovere di cantare e onorare.”

Prima che potessi chiedere altro, sentii la voce dire: “Lei sarà bellissima, intelligente e sensibile e per questo prenderò il meglio che l’Universo possa dare.” Subito, al suo comando, vidi una corrente di polvere di stelle, proveniente da una lontana nebulosa della costellazione del Leone, assumere la forma ben definita, ma ancora in trasparenza, di una giovane donna: si intravedeva un corpo esile e il profilo di un viso fine ed elegante. 

Dopo aver creato il suo simulacro, la voce proseguì dicendo: “Vorrei donarle dei capelli bellissimi e per questo prenderò le code delle più belle comete erranti, scure come la notte ma intrise di riflessi di luce argentea”. Subito, da ogni angolo del firmamento, giunsero maestose splendide comete che, come lucciole d’estate, si posarono delicatamente sul capo del simulacro, ondeggiando come spighe al vento e creando una chioma folta, lunga e mossa. 

La luce rossa del fuoco di antichissime stelle balenò d’improvviso per essere rinchiusa in splendide labbra, disegnate con arte e maestria e il gigante Saturno donò, di propria iniziativa, un brandello della sua superficie per tessere una pelle color dell’ambra. Le sue membra divennero proporzionate come il moto perpetuo e le orbite dei corpi celesti, mentre le galassie conferirono a quell’anima la grazia, l’eleganza e la finezza dei loro eterni movimenti. 

Mancava l’ultimo tocco e l’Artefice di tutto disse: “Ecco che dalle profondità del Cosmo ho trovato due stelle che saranno i suoi occhi: sono molto piccole, ma brillano talmente tanto e sono così belle che non possono rimanere lontane dalla vista degli uomini e negare così tanta meraviglia sulla Terra. Esse porteranno con sè il ricordo della profondità dei cieli, di modo che ogni persona attenta vi possa cogliere l’immensità.” 

Ma la beltà non si limita solo all’aspetto esteriore. Esso è povero e quasi nullo se non accompagnato dall’intelligenza e dal modo di esprimerla. Per questo, quella notte, dopo che la figura fu interamente forgiata, cominciai a vedere e udire un fermento provenire dalle sfere celesti. Da esse si dipartì un raggio luminosissimo che vorticò velocemente permeando in un istante il simulacro della donna, donandole l’intelligenza e la voce propria delle potenze angeliche.

“Ecco – disse la voce – non ha che da diventare umana. La sua presenza sulla Terra renderà più ricco il luogo della sua nascita e della sua dimora. Tu, nei tuoi canti e nei tuoi omaggi, contrariamente al suo vero nome di grazia, chiamerai la tua Novella Musa col nome di Iside, come l’antica signora delle acque, perché chiunque la guarderà, la conoscerà e la udrà parlare si rallegrerà come chi, assetato dopo lungo cammino, trova ristoro presso una fresca fonte di montagna. Sii paziente con lei e non cadere nello sconforto se per un po’ le tue lodi rimarranno inascoltate. Il tempo risolverà tutto e darà a ognuno le proprie corone. Ora va’ e accompagna la sua anima sulla Terra e vigila da qui in avanti, onorando il compito che ti ho dato”.

Dopo aver visto un lampo, mi risvegliai nel mio letto. Era buio e l’ombra di una fredda notte novembrina teneva ancora sotto il suo dominio la Terra, mentre un gelido vento ululava fuori dalla mia finestra. 

Fu così, o Magnifica, che vidi la creazione della tua anima presso le più alte sfere celesti, intrisa della polvere del Cosmo ed eccomi qui, a distanza di anni, a onorare il compito di cantarti e di onorare la tua esistenza, Novella Musa, ispirato dal tuo pensiero dal guizzo divino.

Il Pescatore errante

Era da tempo che non ci si sentiva, ma vivi erano ancora nella mia mente alcuni momenti passati insieme, con il pescatore, la sua famiglia, i miei genitori, gli zii e i cugini, a condividere ciò che il mare aveva generosamente donato. Si stava insieme, noi bambini a giocare e gli adulti a parlare e a discorrere di vari argomenti, davanti a una grigliata di pesce, bevendo del buon vino. Erano stati momenti felici e tranquilli, poi il tempo ci aveva pian piano allontanato, senza alcuna antipatia, ma come quando un rigagnolo d’acqua si asciuga, senza motivo, solo perché deve succedere.

La notizia della sua morte, in una calda e soffocante mattina d’estate di molti anni dopo, fu improvvisa e scioccante. Il pescatore aveva perso la vita in un brutto incidente in mare: il suo peschereccio aveva terminato la corsa contro un faro di guardia, riportando danni ingenti. Il buon uomo, nel tentativo di salvare ciò che era il mezzo per mantenere sè e la famiglia e che rappresentava molti sacrifici, e tante notti insonni in laguna, si era inabissato senza scampo con la sua barca.

Passato qualche tempo da questo sinistro avvenimento, con i cugini e alcuni amici decidemmo di passare una giornata al mare su un’isoletta piccola, tranquilla e in parte coperta di canne palustri, al confine tra laguna e mare, a qualche miglio dalla terraferma. La raggiungemmo in breve con il veloce motoscafo dello zio. Appena sbarcati, l’isola ci si presentò deserta, battuta da una leggera brezza marina, assolata; i gabbiani volteggiavano maestosi sopra di essa. Scaricata la barca, ci accampammo con asciugamani e ombrelloni e preparammo il focolare per la grigliata.

Passammo tutto il giorno su quel lembo di sabbia, spensierati, tra un bagno e l’altro a ridere, a scherzare e a battere in lungo e in largo ogni angolo di quella remota isoletta, tentando di ghermire qualche pesce con la canna. La giornata era limpida, calda, ventilata e il suono dolce e costante delle onde, dei gabbiani e degli uccelli palustri creava un melodico sottofondo; ammiravo lo spettacolo della natura circostante e respiravo a pieni polmoni il profumo di salsedine. Ad un tratto, guardando verso terra, fui agitato da un sussulto e una sensazione di malinconia mi avvolse mentre la vista indugiava sul faro lontano dove il pescatore era entrato per sempre nell’abbraccio del mare.

In breve scese la sera e gli ultimi raggi del sole declinante illuminavano le placide acque con una luce rossastra, mentre le sagome delle cose diventavano sempre più indistinte. Una calma sempre più pesante si appropriava della laguna e della piccola isola. Grazie a queste sensazioni comuni di tranquillità, decidemmo tutti insieme di passare la notte in quel luogo. Poco a poco i canti attorno al fuoco si tramutarono in sospiri e sbadigli e dopo le ultime parole sussurrate con gli altri, mi addormentai sotto un cielo stellato ornato da una enorme luna tenue appena sorta all’orizzonte: una meraviglia soprattutto per i miei occhi abituati all’inquinamento luminoso della città. Lì potevo ammirare l’immensità del cielo e lo splendido luccichio di miriadi di stelle. Una vista, insomma, in grado di far sentire un essere umano, al tempo stesso, piccolo di fronte all’immensità, e grande poiché parte di quella stessa vastità.

Qualcosa mi svegliò nel cuore della notte. Mi guardai intorno: la luna, alta nel cielo, inondava tutto con la sua luce argentea, mentre il mare era leggermente increspato e col suo movimento rifletteva la luce siderale. D’un tratto in cielo comparve un arco lunare, fenomeno molto strano alle nostre latitudini, eppure in quel momento potevo contemplare la sua manifestazione. Nessun altro oltre a me: ero l’unico testimone di un tale prodigio.

Tuttavia, il sesto senso presente in ognuno di noi, mi invitava a prestare attenzione al mare e alla sua semi oscurità. C’era qualcosa di inspiegabile. Un rumore di acqua mossa, quasi uno sciabordio, si stava avvicinando all’isola e la poca luce non poteva dirimere quel piccolo mistero. “Possibile sentire questo rumore? Il mare è calmo.” Ad un tratto, a poca distanza dalla spiaggia e da me che mi ero alzato, vidi una sagoma scura, somigliante a una barca. “Sarà un peschereccio, a quest’ora è normale”, riflettei. Il sesto senso, però, continuava a suggerirmi che c’era qualcosa che non andava, un che di strano o comunque di non ordinario.

In quel momento rimasi colpito dal fatto che l’unico rumore prodotto dal peschereccio (ormai ero sicuro che si trattasse di una barca) fosse l’infrangersi delle onde sullo scafo… ma il motore? Perché c’era una barca, non proprio piccola, che solcava le acque senza il motore? Eppure l’imbarcazione avanzava velocemente, condotta da un figura scura e indefinita poichè poco rischiarata. Il nocchiero virò leggermente e così, dalla mia posizione, potevo vedere il natante nel suo insieme… d’un tratto il terrore si impadronì di me poiché notai immediatamente che la prua non esisteva: era un relitto che, oltre ogni legge della fisica, solcava ancora i mari guidato da una figura inquietante.

Un caldo freddo poi mi avvolse quando il nocchiero rivolse il suo sguardo verso di me e puntò il suo naviglio dalla mia parte. Riconobbi in lui il pescatore morto a poche miglia da dove mi trovavo. “Devo essere impazzito! Sono matto! Svegliati dal sonno!” mi dissi. Il pescatore, senza mai arrivare a terra, si avvicinò ulteriormente, fin dove il mare glielo permetteva. Con voce commossa e rassicurata dal fatto di averlo riconosciuto, gli chiesi: “Dove vai, pescatore, errante per il mare? Perchè ti aggiri ancora per le acque che hanno chiesto il prezzo della tua vita?”

Lui, con un mezzo sorriso, mi raccontò la storia dopo la sua morte. “Mentre le acque mi sovrastavano, impigliato nelle cime del mio peschereccio che avevo invano tentato di salvare e il mio pensiero correva ai miei cari che aspettavano a casa, fui preso e avvolto in una grande luce; improvvisamente, fui calmo e mi sentii bene, chiedendo però insistentemente dove fossi. Una voce potente, ma estremamente buona e paterna mi disse di stare in pace perché non avrei avuto più nulla di cui preoccuparmi.

Mi resi conto di aver passato il velo del mondo, quello che separa il regno dei vivi da quello dei morti. Chiesi allora di poter tornare in vita, la mia famiglia e i miei cari avevano ancora bisogno di me e non potevo dar loro un dolore così grande, abbandonandoli troppo presto. La voce mi disse che così era stato deciso e di non domandare oltre; quello era stato il mio duro destino.

Non pago di ciò chiesi alla voce di poter tornare almeno in mare, sui resti del mio peschereccio, per proteggere tutti coloro che si fossero avventurati in queste acque per lavoro o per diletto e soprattutto per vegliare sui padri di famiglia che con le loro barche eseguono il sacrosanto dovere di lavorare per mantenere i loro focolari; nessuno così avrebbe più sofferto, come la mia famiglia, per la perdita in mare di qualcuno dei loro cari. La voce, intenerita dall’ altruismo e dal mio amore, rispose che avrebbe esaudito la mia richiesta: avrei potuto adempiere a questo compito per cent’anni, senza mai scendere a terra, e avrei traghettato nell’altro mondo quelli che per sventura non ce l’avessero fatta. Il mare, a cui gli uomini tolgono molto, chiede il suo tributo. Fu così che presi su me questo compito.”

Toccato allora da quelle parole, dissi allora: “Va’ pescatore, pregherò per la tua anima e per la tua famiglia. Compi ciò che hai giurato!”

Il pescatore, sorridendomi, mosse la sua barca e la diresse al largo. In breve scomparve insieme all’arco lunare, mentre dalla direzione verso cui era andato mi parve di udire la canzone dedicata alla Madonna che i pescatori usano intonare, passando di fronte alla cappella marina, quando escono in mare.

Page 2 of 2

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén