(alla Novella Musa)
In una piccola e verde terra, molto tempo fa, vivevano due giovani, un ragazzo e una ragazza. Le loro vite si intrecciarono quasi per caso e, come tutte le cose fortuite, questo incontro cambiò per sempre le loro esistenze. Durante una festa privata avvenuta tra parenti e amici, egli non potè fare a meno di notare i suoi occhi profondi ed enigmatici, oltre che estremamente belli… questa vista fu l’inizio della prigione dentro la loro luce. Lei, invece, rimase ammaliata dal suo parlare fluente e dal senso di agio che lui trasmetteva. Nonostante la buona differenza di età, entrambi si impressero nella mente l’immagine l’uno dell’altra.
Passò qualche anno e questo ricordo si trasformò in languido ardore, sufficiente a farli nuovamente incontrare, durante una serata teatrale. Una volta finito lo spettacolo, si rividero all’esterno dell’austero edificio, su un piazzale avvolto dalla penombra e dal silenzio che avviluppava la città dormiente. Coccolati da una brezza primaverile, si sedettero su una panchina e lì ricordarono il passato non lasciandosi sfuggire qualche sorriso e qualche ombra di malinconia. Memori delle sensazioni di quella sera, decisero di incontrarsi più spesso e fu così che presto si innamorarono.
Girarono in lungo e in largo in quella piccola, verde e appartata terra, visitando qualche remoto paesino, sedendosi all’ombra di una pergola per ristorarsi dalla gita domenicale appena conclusa o camminando lungo le rive di un placido torrente di campagna. Il loro amore era nato che erano entrambi giovani e non venne toccato da alcun tipo di volgarità: era puro, sincero, disinteressato e volto al bene dell’altro. I giochi di sguardi e di parole, unitamente a dolci carezze, abbracci e baci, faceva crescere questo sentimento in modo veloce ma saldo.
Un giorno d’inverno, però, durante una delle loro frequenti peregrinazioni, lui cominciò a parlarle fissandola direttamente negli occhi, dicendo: “Bimba mia, devo confessarti una cosa… queste parole sono come un macigno sopra il mio petto”. Gli sguardi di entrambi da luminosi, si fecero cupi: quello di lui per le cose che avrebbe dovuto dire a lei, mentre quello di lei per il tono grave da lui usato.
“Vedi, non rimane molto tempo per noi due nè per stare con te…” Lei, quasi in lacrime, lo interruppe: “Cosa stai dicendo? Perchè vuoi farmi questo? Dove te ne vai? C’è forse un’altra donna che ha preso il mio posto nel tuo cuore?” Lui, commosso e turbato dal tormento di lei, disse con un pallido sorriso, quasi a volerla confortare: “No bambina, mai ti farei questo… purtroppo una bestia oscura sta disfacendo il mio fisico. Ormai lo ha quasi sconfitto ed è rimasto poco o nulla da fare”.
Una stalattite di ghiaccio trafisse il tenero e giovane cuore di lei, gelando ogni parola sulle tenere labbra rosse. Vedendola pallida e tremante, la abbracciò sussurrandole che mai l’avrebbe lasciata e che avrebbe sfidato anche la morte per amor suo.
I giorni passarono e lui deperì sempre di più finché, in una mattina di primavera, passò questo mondo. Lei era distrutta, il suo cuore a pezzi; nulla e nessuno poteva consolarla per l’amore perduto per sempre.
Avvenne intanto che l’anima del ragazzo, liberatasi dal suo scrigno mortale, volasse in alto, sempre più in alto fino ad arrivare a un grande cancello, di ferro antico, incardinato su due mastodontici pilastri di pietra. Sopra di essi si elevavano due cippi, uno con un’aquila e una croce, l’altro con un pellicano intento a lacerarsi il petto. A lato dei due pilastri si sviluppava una grande muraglia di pietra ben intagliata, coronata da imponenti merlature, mentre al di là della cancellata si intravedeva una strada lastricata delineata ai lati da file di cipressi, a lato dei quali, ondeggiavano, al ritmo di un placido vento, distese di fiori e di biondo grano.
Mentre si guardava intorno, un vegliardo vestito di bianco lo salutò calorosamente: “Giovanotto, sei arrivato! Ti stavo aspettando”. Lui non ebbe nemmeno il tempo per rispondere che il vecchietto, sciolse un catenaccio aprendo il varco. Sorridendo, disse: “Seguimi, ti faccio strada”. Appena varcati i cancelli, il ragazzo fu investito da un senso di benessere e di pace. Il tepore di quell’aria appena mossa lo aveva rinfrancato. Il buon vecchio, avvertendo lo stupore e il piacere del giovane, gli chiese se sapeva dove si trovasse, ma al tacere di lui aggiunse che presto l’avrebbe capito.
Man mano che proseguivano lungo quella strada, il giovane vide in lontananza un grandioso edificio, somigliante a una chiesa o a un antico palazzo. Intorno a lui, sparpagliate nella campagna, c’erano antiche costruzioni ben tenute, come non aveva mai visto, boschetti di alberi fruscianti, animali di ogni specie e una moltitudine di persone cordiali e sorridenti che li salutavano amabilmente al loro passaggio. Miste al vento, c’erano melodie indescrivibili che sembravano arrivare dal grande edificio e dal paesaggio circostante.
In breve arrivarono a quello che si delineò essere un castello, massiccio, turrito e possente; entrati nella corte, incontrarono un signore distinto e vestito regalmente, quasi fosse un re. Da lui emanavano bontà, pazienza e saggezza. Il suo aspetto e il luogo in cui si trovava, finalmente, gli fecero capire di essere arrivato al cospetto di Dio, accompagnato da Pietro, il custode del Paradiso. Per questo motivo, ogni muscolo si paralizzò dal timore e ogni parola morì nella gola.
Tuttavia la dolce mano paterna che si posò sulla sua spalla lo confortò e, su invito dell’Onnipotente, tutti e tre si recarono all’interno del palazzo, dove, dopo numerosi splendidi saloni, corridoi, stanze e scale, illuminati da preziosissime vetrate, giunsero sulla cima di un’alta torre. Da lì si poteva cogliere l’immensità dell’Universo e giù, molto in basso, piccola piccola, si poteva vedere la Terra. Il giovane, quasi divertito dalle dimensioni del nostro pianeta, si meravigliò nel constatare che poteva facilmente osservare ogni cosa succedesse laggiù. Ad un tratto il suo sguardo cadde su una piccola città e, in particolare, su una casupola che lui riconobbe essere della sua amata.
Quale pena e dolore lo colsero nel vederla deperita, apatica e ormai distaccata dal mondo! Fu allora che realizzò e capì fino in fondo che cosa era successo. “Perché hai permesso che accadesse questo?” chiese quasi risentito, volgendosi direttamente a Dio. “Guarda e osserva com’è lei laggiù senza di me: triste, affranta; e i suoi meravigliosi occhi, un tempo più brillanti dei diamanti, ora sono spenti e consumati dalle lacrime. Come puoi permettere che quella creatura pura e innocente possa vivere in questo modo? Che senso c’è in tutto questo?”
Dio, con sguardo paterno e comprensivo, gli rispose: “Ragazzo, questo purtroppo accade a tantissime persone sulla Terra e dipende dal fatto che ogni cosa presente laggiù è stata intaccata e corrotta, all’origine di tutto, dall’imperfezione e dal male.” Il ragazzo quasi lo interruppe dicendogli: “Ma Tu sei onnipotente e quindi puoi salvare tutto e tutti!”. Riprese Dio: “Figliolo, ricordi Gesù? Anche Lui fu ucciso e anche Lui, all’estrema Sua ora, mi chiese di evitarGli la sofferenza e la morte, ma sapeva bene che quello che avrebbe dovuto patire sarebbe stato parte di un disegno, molto più grande di quell’avvenimento, fatto di amore e di salvezza.”
Allora il ragazzo gli disse: “E’ vero, però poi Lui è risorto, mentre a me non accadrà. Fammi allora tornare laggiù sulla terra dai miei cari e da lei!” “Sai che non è possibile questo. Fede e pazienza sono le migliori armi che si possano avere per affrontare momenti come questi sia in terra sia in questo luogo.” Il ragazzo, un po’ deluso da questo dialogo, rimase pensieroso e guardava verso la sua amata. – Che strano – pensò – era in Paradiso, nell’eterna beatitudine, eppure non riusciva a darsi pace.
Come un lampo, però, gli tornò in mente una breve preghiera che gli aveva insegnato, quando era piccolo, la sua cara nonna: quella rivolta all’angelo custode. Pensò ed ebbe l’ardire di rivolgersi nuovamente a Dio dicendo: “Mandami laggiù come il suo angelo custode, così che io possa starle accanto, farle sentire la mia vicinanza e proteggerla!”
Dio divenne pensoso e, lisciando la lunga barba, rispose: “Vedo che l’amore per lei dimora in te nonostante la morte; trovo questo di una tenerezza unica. Devo avvertirti però che ci sono due strade per tornare da lei: puoi restare qui a godere le luce e la beatitudine di questo regno e aspettare che lei arrivi al termine dei suoi giorni e insieme, finalmente riuniti, potrete godere dell’eterna pace, oppure puoi andare ora da lei e farle da custode, proteggendola lungo tutto il suo pellegrinaggio terreno… sappi però che questa via prevede che tu non possa varcare le porte del Paradiso fino al termine del suo tempo, poiché dovrai tu accompagnarla fin qui.”
Non fece in tempo a finire, che il giovane, saltando dalla gioia, accettò quest’ultima opzione. Dio, ancora, lo avvertì: “ Devi sapere che lei potrebbe vivere a lungo, anche fino a cent’anni, e che fuori dal Paradiso potresti imbatterti in anime e spiriti non buoni che potrebbero smarrirti”. Il ragazzo, convinto, affermò: “Per amor suo, sconfiggerò ogni cosa malvagia e perversa si possa avvicinare a noi!”. D’accordo su questo, Pietro, che era stato a osservare il serrato dialogo, lo accompagnò alle porte e accarezzandolo gli disse: “Ti aspetto qui, non tardare!”
Scendendo vorticosamente l’abisso dei cieli, il ragazzo si trovò finalmente vicino alla sua amata e non potè far altro che vedere lo stato in cui viveva: i suoi occhi non brillavano più, il suo incedere, un tempo nobile, era diventato quasi meccanico e ogni parola che usciva dalla sua bocca sembrava senz’anima né sentimento. Era rimasta sola poiché familiari e amici si erano progressivamente allontanati da lei, conservando solo un rapporto formale per assicurarsi che rimanesse in vita e che non deperisse più del dovuto.
A nulla erano serviti gli incontri con medici e psicologi. Il suo era un trauma insormontabile. Le sue notti erano insonni e gonfiavano i suoi occhi di lacrime; quando riusciva a prendere sonno, si agitava nel letto, inquieta. La prima volta che lui le si posò accanto, le parlò dicendole che finalmente aveva trovato il modo di stare con lei e che le cose sarebbero andate meglio. Lei non lo sentiva né poteva ascoltare le sue parole, ma appena lui ebbe finito di parlare, lei smise di agitarsi e passò una notte relativamente serena. Nei giorni successivi i suoi familiari e i suoi amici notarono che pareva più riposata anche se i segni del lutto sarebbero continuati a lungo.
Come ogni cosa, anche questo dolore riuscì progressivamente a passare pur lasciando una profonda cicatrice sul suo giovane cuore. Trascorsero gli anni, diventò una donna, trovò un uomo, si sposò ed ebbe due figli, tutto sempre sotto lo sguardo attento e vigile del suo angelo custode, che la visitava in sogno ogni notte per confortarla e proteggerla.
Presto però i dolori ritornarono presso di lei perchè suo marito si rivelò essere un’anima nera: se all’inizio la loro storia era tranquilla e basata sul rispetto, egli, inaspettatamente e quasi d’improvviso, cominciò a umiliarla per qualsiasi cosa. Non c’era giorno che lei non passasse senza essere ferita, sminuita e degradata. Non c’era un motivo preciso. Tutto era iniziato quasi dal nulla nonostante gli anni che avevano passato insieme.
La sua unica consolazione erano i suoi due figli che, anche nei momenti peggiori, la abbracciavano, la baciavano e le risollevavano il morale. Il giovane angelo, nei sogni, non mancava di farle sentire la sua voce e spesso la incitava a prendere in mano le redini della sua vita per ritornarne padrona: non era giusto continuare ad essere sottomessa a un uomo vile e arido come quello! Doveva andarsene da lui, ricominciare una vita per il bene suo e dei suoi due figli. Ma nulla, lei sembrava non sentire né intendere i consigli del suo angelo.
Piano piano ripiombò nella miseria, nel dolore e nell’infelicità e l’angelo si disperava perché sembrava che la sua azione fosse del tutto vana. Col passare del tempo però, lei si rese conto, dopo l’ennesima umiliazione e violenza, che la sua vita era troppo preziosa per gettarla alle ortiche e, in una mattina d’inverno, trovò la forza di cacciare per sempre il marito vigliacco, il quale, fortunatamente, non si fece mai più vedere né da lei né dai figli.
Gli anni passarono, i bimbi diventarono ragazzi e poi uomini e lei, con la tipica tenacia e la forza femminile, aveva riacquistato un nuovo equilibrio con un buon lavoro e tante amicizie che le tenevano compagnia, soprattutto ora che i figli erano sempre più spesso via per i loro impegni di vita. Il suo angelo, costantemente al suo fianco, non smetteva mai di parlarle, dicendole quanto fosse contento che ancora una volta lei fosse uscita dall’abisso, pur rammaricandosi di non essere stato più attento per evitarle prima quei dispiaceri.
La vita trascorreva tranquillamente ma lei si rese presto conto che, diventando sempre più anziana, le visite e le chiamate dei figli si facevano più rade. Li aspettava fremente e guardava spesso fuori dalla finestra di casa per vedere se fossero arrivate le loro macchine portandoli da lei per tenerle un po’ di compagnia o anche solo per un saluto. Ma nulla! Triste, e sola, passava i suoi giorni nella quotidianità tipica delle persone anziane: usciva la mattina per la spesa e poi si chiudeva in casa fino al giorno successivo. Ormai tanti amici se ne erano andati o non riuscivano più a passare da lei. Solo qualche telefonata, rare uscite per un caffè o brevi gite fuori porta la consolavano.
Un giorno però gli occhi le si illuminarono quando vide arrivare una macchina dalla quale scesero entrambi i suoi figli. Con passo lento, si recò ad aprire la porta per accogliere e abbracciare quelli che aveva sempre considerato i suoi tesori più grandi. Non riusciva a contenere la gioia e, accogliendoli alla porta, li abbracciò e li baciò. Loro la salutarono tiepidamente e sbrigativamente le dissero che sarebbe dovuta andare in un posto dove altri si sarebbero presi cura di lei. Con il lavoro e la loro vita non avrebbero potuto permettersi di prendersi cura di lei, specialmente ora che era nel pieno della vecchiaia.
Smarrita e con un sorriso debole lei disse che era ancora in grado di badare a se stessa, che in quella casa aveva tutto ciò che le serviva e che riusciva anche a vedere qualche persona nella zona in cui abitava. Non c’era bisogno di isolarla. Ma non ci fu possibilità di appello: qualche giorno dopo i figli la trasferirono in una struttura per anziani e, salvo alcune rare volte, non andarono più a trovarla.
Rinchiusa lì, dove non conosceva nessuno, dove non era più circondata dalle sue cose né dagli spazi della sua casa, l’ormai anziana signora ricadde nel dolore e nella disperazione. Cosa aveva fatto ai suoi figli perché la trattassero così? Non aveva mai fatto mancare loro nulla, li aveva cresciuti da sola, occupandosi di loro e togliendo anche a se stessa quando era stato necessario. Non riusciva a darsi pace. Il suo angelo continuava a parlarle cercando di consolarla, ma anche lui sembrava a corto di parole perchè nemmeno lui riusciva a capire il comportamento di quei figli. Forse non c’era una spiegazione, nemmeno un motivo. Era successo perchè doveva succedere, perchè spesso l’anima delle persone si tinge di nero e usano cattiveria anche nei confronti di chi ha dato tutto per loro.
In una notte particolarmente agitata per l’anziana signora, un messaggero celeste si avvicinò all’angelo custode dicendo solo tre parole: “E’ il momento”. Il giovane capì che era arrivata l’ora di andare sia per lui sia, soprattutto, per lei. Le si avvicinò mentre dormiva e le sussurrò dolce come un tempo: “Bimba mia, dobbiamo andare”.
Successe, a questo punto, una cosa mai vista: contrariamente a tutte le altre notti di tutti quegli anni, quella sera, al suo sussurro, lei si destò, lo vide e si mise a piangere di gioia: “Sei tu, sei proprio tu! Allora per tutti questi anni, per tutta la vita eri tu che vegliavi su di me e visitavi i miei sogni!” Rispose lui: “Sì bambina, ogni notte ti ho parlato e ogni giorno ti ho accompagnata dovunque tu andassi, ma ho fallito in tante cose, perchè hai comunque vissuto dolori e dispiaceri. Volevo che la tua vita fosse perfetta, invece sappiamo entrambi quanto hai dovuto soffrire”.
“Cosa stai dicendo? Proprio tu invece mi hai dato la forza di superare i momenti difficili e di rallegrare quelli felici. Tu mi hai dato la spinta giusta per allontanare mio marito, rifarmi una vita e avere tanti amici. Mi hai consolata quando i miei figli mi hanno progressivamente abbandonata fino a rinchiudermi qui dentro. Dolce angelo, se tu non fossi stato nei miei sogni, non so che vita avrei avuto”. Lui, sorridendole, la prese per mano e le baciò l’altra, accorgendosi con meraviglia che lei era tornata giovane e bella, con i suoi lunghi capelli scuri e con gli occhi più brillanti di due stelle.
Come rapiti, volarono verso le rotanti sfere celesti e, una volta arrivati, varcarono insieme i cancelli del Paradiso accolti da Pietro. Una moltitudine di anime festanti diede loro il benvenuto e, dietro a tutti, apparve Dio, dal volto raggiante. “Avete dato prova di aver vissuto l’amore nella sua forma più alta, quella della carità. Il vostro sentimento ha superato i lacci della morte, trasfigurandosi fino a diventare l’unione perfetta di due anime. Per questo ho riservato per voi un posto speciale in questo mio regno, in cui vivrete in eterno la felicità che non avete potuto vivere sulla Terra”. Non appena Egli finì di parlare, le due anime amanti furono ulteriormente elevate e portate a vivere per sempre in un luogo speciale, là dove eternamente fioriscono le rose.